sabato 7 marzo 2015

8 Marzo 2015: Donna/Danno. Pensieri, parole e immagini di Carina Spurio

8 Marzo 2015
 Donna/Danno. Pensieri, parole e immagini.
di Carina Spurio
Quando si cerca di raffigurare un’immagine interna con una parola, con la pittura o la poesia, ci si può accorgere, ad opera realizzata, che la stessa è inadeguata, perché il linguaggio che ambisce ad una forma, può non essere fedele alle vibrazioni interne. Forse è per questo che Platone nella “Lettera settima” affermava che in fondo la verità è inesprimibile, il vero insegnamento non passa attraverso le cose scritte, quelle che si consumano nell'atto in cui vengono espresse, ma attraverso altre modalità. Quindi, contempla l’esistenza di un attimo in cui ciò che si è colto e capito, può non essere comunicabile con gli strumenti che possediamo. Si dice che le donne parlano, parlano, ma se chiedono, sanno già la risposta. Con quale altra modalità potremmo dare l’idea di sentire in profondità la verità o la menzogna in un suono che è una risposta? I rapporti sono assolutamente personali e il suono viene percepito a seconda della sensibilità di chi lo ascolta. La chiave di interpretazione, dunque, è all'interno, nell'intuizione di base che guida il nostro istinto e che può amplificare l’intuito. Ma questo interno, non è spesso facilmente estrinsecabile nelle varie forme d’arte. Anche se ci si prova continuamente, né una quadro, né una poesia, potranno dare il senso di ciò che vuol dire essere una donna. Nessuno, ha mai rappresentato realmente la necessità di comunicazione di questi esseri affascinanti che sono una forza nel mettere le parole in fila per intrecciare un senso, a sostituirne alcune per ingannarne altre e a strozzarsi con quelle che rimangono in gola, quasi per confutare l'esser portatrici sane di utero. E quindi mutevoli, isteriche, impulsive, intuitive, agitate dall’ormone-umore e trascinate dal fiume mestruo. La loro vita non inizia solo l’8 Marzo di ogni anno, quando qualche altra donna decide per ricorrenza di parlarne, ma inizia ogni giorno. Nessuna di loro, ha mai detto niente dei chilometri di indumenti stirati o dei chilometri di sillabe intrecciate a notte fonda. Neanche di quando scrivono con le unghie sui muri dello stomaco ogni volta che finiscono dentro un amore sbagliato. E della labbra indurite. Del sonno che non arriva. Degli anni che passano. Dei padri e delle madri. Delle case senza pavimenti e senza pareti, durante i sogni. Delle notti senza un cielo. Dei no che sono si. Dei si che sono no. Delle fughe. Dei silenzi. Delle attese. Dei mi manchi o dei non sei mai andato via. E ogni tanto, parlano da sole: specialmente se hanno perso quel senso di appartenenza in amore che chiamano magia. Oppure, quando la voglia di possedere i pensieri dell’altro, aumenta il desiderio di forzare la porta dell’angolo segreto che abita nella mente. E mentre alcune credono ancora nei sentimenti, altre hanno perso la voglia di entrare nella stanza dell’amore per guardarci dentro. In realtà, le donne, solo una cosa non sanno mai dire con certezza: se hanno più scarpe o più paranoie. Sanno che non sanno mai cosa mettersi. Sanno che Cupido era femmina, e come loro, in macchina, metteva la freccia a sinistra per andare a destra. Ma continuano a comunicare, a parlare del più e del meno, tra i gesti quotidiani veloci e meccanici, le corse dietro ai figli e le solite amnesie che generano le seguenti domande: ”Ho spento il gas?”. “Ho comprato il liquido per i piatti?”. “Dove ho messo le chiavi della macchina?”. Sulla scrivania della donna che sta scrivendo, immobili, tanti libri di scrittori e Pietro, il protagonista del primo racconto del libro di Fabio Petrella dal titolo “Dove non arrivano i sentieri”, Palumbi Edizioni, che “percorre il sentiero del paese a grandi balzi verso la casa di Clara, l’unica donna  nel paese che sapeva come far nascere suo figlio Vincenzo.” Vincenzo, nasce il 25 febbraio del 1926Poggio Umbricchio, una frazione del Comune di Crognaleto in provincia di Teramo, poggiato su uno sperone di roccia nel territorio dei Monti della Laga. Emigra in America in cerca di fortuna per sfuggire alla miseria. Il pastore ritorna nella sua terra ormai anziano, si parla ancora di esodo come ai suoi tempi, questa volta non per tentare la fortuna ma per avere la possibilità di un lavoro non precario ed un esistenza almeno dignitosa. La ciclicità della Storia ritorna; come i nostri nonni/ genitori parecchi anni fa, oggi tocca alle nuove generazioni affrontare  la migrazione, indirettamente imposta dalla preoccupante situazione politica. E poi Giorgio, il nipote di Giovannino che in America era andato da solo all’età di 18 anni, dopo aver perso il fratello crivellato dalle granate. Giorgio, il protagonista del primo racconto del nuovo libro di Giuliana Sanvitale dal titolo “America e altri racconti”, Duende (Gaalad Edizioni snc), 2015, che dall’America arriva in Italia e ritorna al paese del nonno. “L’America era l’America!”, scrive Giuliana Sanvitale, lo ripetevano tutti, anche i viandanti che attraversavano il paese e Giovannino comprese che non aveva scampo, doveva andare.” Dietro ogni partenza di un uomo c’è sempre una donna, sia mamma, sia moglie, sia compagna, sia amica. Ci sono grandi emozioni nel tratto che segue i contorni del volto di una donna. Forse, solo i pittori lo sanno, per questo si ritrovano in un punto dove si perde lo spazio per le parole che spiegano la divina arte e colorano i seni di carne, gli sguardi pervinca e le labbra rosse. E “le saboteur tranquille”, tal Renè Magritte, non a caso, in “Lo stupro”, al posto degli occhi inserisce due seni, l’ombelico al posto del naso e la bocca al posto dei genitali, il tutto protetto da morbide curve di biondi capelli. Magritte, trasforma/deforma il viso di una donna in oggetto del desiderio, un viso/corpo privo della sua individualità, delle sue espressioni e dei suoi sentimenti. Un volto trasfigurato da usare per il piacere. Questo quadro, che forse può indignare, colpisce, in quanto contiene una disarmante e attuale verità: raffigura alla perfezione la violenza che lo sguardo di un uomo commette quotidianamente al corpo di una donna. Il volto femminile è trasformato in puro oggetto di desiderio, in un corpo usa e getta.  Parquet dice infatti che Magritte distrugge l’evidenza delle evidenze, quelle del volto, con un’evidenza ancora più evidente, quell’immagine shock e il pensiero che vi è sotteso, la visione speculativa e la vista della vista sono le componenti chiave dell’opera magrittiana.” Dallo spazio colorato del pittore si arriva allo spazio bianco del poeta famoso, che attiva la fantasia per spiegare l’assenza della donna amata. Per lui, l’amore che si dà e l’amore che si nega sono motivo di delusione, analogamente dolente e fertile: “Oggi che t’aspettavo/non sei venuta./ E la tua assenza so quel che mi dice/ e la tua assenza che tumultuava/ nel vuoto che hai lasciato/ come una stella./ Cardarelli, 1936, p.76, concluderà: “Amore, amore, come sempre/ vorrei coprirti di fiori e d’insulti./” Il nuovo poeta però è sempre più in crisi.  Il linguaggio è cambiato. L’amore che teneva per mano i due amanti tra la Gioia e il Dolore nei versi di Cardarelli, ha nuove espressioni. Oggi, l’amore che si nega è più di quello che si dà e la privazione crea aforismi decisi, concisi: “Non te la darei neanche se ce l’avessi doppia.”, si legge su Twitter. Così, il poeta, assiste al lento abdicare delle parole ufficiali. Insegue nuovi sensi e nuove strutture. Sperimenta nuovi linguaggi, cancella ogni canone oltrepassando/bypassando la siepe. Cerca di creare una formula nuova, meno estesa, più attuale. Scarta i metri, dimentica le rime, litiga con le parole abusate, e mentre le riafferma, le esclude: il tempo, no. Il barlume della notte, no. Le stelle, no. La rugiada, no. Il cuore, no. L'amore, no. I segreti, no. La canicola, “no e poi no”. Rimpianti, ricordi, senso di colpa, l'universo, il sole, il fango, l’oblio, il dolore, lacrime antiche, anima che brama prepotente, labbra di fuoco, labbra scarlatte, sorriso di miele: a meno che non si abbia a disposizione una compressa di Plasil contro la nausea, no. Ma il futuro delle nuove parole è poi così poetico? Nei messaggi privati si leggono nuovi gerghi: “Amore, hai un tag!” “Dammi la password che entro.” “Ti avevo detto di fare il login!”  “Hai pensato all’Hashtag: #ottimo#vinoveritas#casamia.”  “Hai messo il gatto su Instagram?” “Hai visto la Pic of the week!?” TesoroRetweet o Re-tweet: MT “modified tweet”e HT “heard through”.” “Caro, hai un DM.” “Se mi Following.” “Ti Followers.”  Tra la scrittura, la pittura e la poesia, oggi, 8 Marzo 2015, ricordiamo i 124 femminicidi nel 2012, i 177 nel 2013 e una vittima ogni tre giorni negli ultimi dati statistici. L’orrendo fenomeno non si placa. Tra donna e donna. Tra amore e paura. Tra nonne, madri e figlie. Tra mito e necessità: dalle mani di un uomo alle mani di una donna, il fiore dell’8 Marzo resta la mimosa che nel 1908 cresceva nei pressi della fabbrica bruciata, quando 129 operaie di un’industria di New York morirono in un incendio, mentre protestavano per le condizioni di lavoro indegne a cui erano costrette.

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sabato 28 febbraio 2015

"Guardami negli occhi" di Annarita Altieri

Punto di partenza.

Non è la parola
che domina il segno
nel sentiero di china
che segue l’ovale di donna.
Non è la linea sapiente
che esige cautela
e posa il colore dell’alba
sulle palpebre tue.
Il centro della meraviglia di te
che guardi senza fare rumore,
è un tratto scuro da cui
nasci -donna di poche parole-
che urlano con violenza
nel silenzio appoggiato
sulle tue labbra.
Lo specchio dell’anima
non abbassa gli occhi,
riflette emozioni e paure,
mentre cattura altri sguardi
prigionieri del suo eterno fissare.
Carina Spurio

Quadro di : Annarita Altieri.
Titolo: "Guardami negli occhi."
Tecnica: China su carta, matita, smalti per unghie. Misure: 33 x 24 cm.




mercoledì 25 febbraio 2015

"Il Pavone" di Annarita Altieri


Oltre le cose

Finiscono nei tormenti
le cose sbagliate,
lacerano il tempo per giorni interi,
alcune volte, per anni.

Oltre le cose
ci sono le proiezioni di una vita
annodata nei pensieri
che turbano lo sguardo.

Il tuo volto intatto tace,
non ha voce per lodare
l’anarchia del movimento
che ti inventa donna silenziosa.

Il tratto ritrova il cammino
sulle tue labbra sensuali:
la pista falsa sopra la punta del mento
che tra queste rime mi ferma il fiato.
Carina Spurio



Quadro di: Annarita Altieri.

Titolo: "Il Pavone".

Tecnica: China su carta, smalti per unghie.

Misure: 45 x 33 cm.



lunedì 9 febbraio 2015

Intervista di Carina Spurio a Giulio Marchetti, autore della raccolta poetica “Apologia del sublime”

Intervista di Carina Spurio a Giulio Marchetti, autore della raccolta poetica “Apologia del sublime”
ott 8, 2014
Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Il suo libro d’esordio s’intitola “Il sogno della vita” (Novi Ligure, 2008. Finalista del Premio “Carver” e segnalato con menzione speciale al premio “Laurentum”. Nelle sue poesie parla d’amore, di natura, di sogno, servendosi di versi puliti, realisti, privi di illusioni.
Eppure quello che ancora ci attende è l’attesa./Qui e ora./ Non si ammettono ipotesi terze:/ L’amore ci appartiene o ci abita./ (p.83).” Possiamo scorgere in queste semplici parole la violenza inevitabile a cui espone l’amore. Nelle mani di Eros non ci sono punti di uscita, il turbamento e il desiderio che nascono dalla vista dell’altro ci raccontano di quanto sia urgente la necessità di fondersi nel rapimento amoroso. Dopo la folgorazione, il linguaggio che resta è quello della poesia, intrisa dei suoi incomprensibili poteri alchemici che riesce a comunicare tutto quello che altrimenti resterebbe celato.
Abbiamo incontrato Giulio Marchetti per una chiacchierata sulla sua vita e sulla sua passione letteraria. Buona lettura!

C.S.: Da nove nasce l’idea di pubblicare la sua “Apologia del Sublime”che racchiude poesie scritte tra il 2008 e il 2014 appartenenti a quattro precedenti raccolte: “Il sogno della vita”, (Novi Ligure, 2008) “Energia del vuoto”, 2012 (puntoacapo) “La notte oscura” (ibidem), “Cieli immensi” che ha vinto il Premio “Laurentum” 20122, sezione sms?
Giulio Marchetti: Ho contattato Puntoacapo, il mio editore di riferimento negli ultimi anni, con l’idea di pubblicare “Disastri, la mia ipotetica quarta raccolta. L’editore mi ha proposto d’incontro una secca idea alternativa: riunire le mie pubblicazioni precedenti e la raccolta ancora inedita in un unico libro. Una sfida. Mi sono guardato dentro e ho trovato un vecchio titolo che avevo lasciato a sbattere contro i pensieri in attesa di un giorno importante. Apologia del sublime.

C.S.: L’amore appartiene alla sfera dell’indicibile per sua natura, come accede spesso a tutto ciò che si associa alla dimensione più segreta e profonda dell’essere. Dare forma all’amore attraverso la poesia sembra un atto scontato quanto folle. L’amore con il suo mistero, ci pone da sempre di fronte a qualcosa di incomprensibile che allo stesso tempo vorremmo comprendere. Come afferma Kierkegaard ( 1843 a, p.99): L’amore ha molti misteri, e questo primo invaghimento è anch’esso un mistero, e non il più piccolo”…
Giulio Marchetti: Non saprei in questo momento aggiungere un pensiero degno di essere aggiunto a questa affermazione di Kierkegaard.

C.S.: Ci racconti com’ è avvenuto il suo incontro con la poesia?
Giulio Marchetti: L’incontro è stato banale. La folgorazione invece è avvenuta quando ho avuto tra le mani due raccolte di Francesco Gazzè (“Frammento e fragile” e “Scorribande lineari”), noto ai più per la felice collaborazione artistica con il fratello Max.

C.S.: Tra prosa e poesia quali sono i suoi autori preferiti?
Giulio Marchetti: Nomi sparsi in ordine sparso. Per la narrativa Irvine Welsh, Philip Roth, il maestro King. Una menzione anche per Clive Barker, autore di “The thief of always”, uno dei libri a me più cari. Per l’Italia, Gianluca Morozzi. Per la poesia, tra i riferimenti assoluti, Eugenio Montale, Andrea Zanzotto, Mario Luzi. Fuori dai confini, Stephane Mallarmè. Tra le voci femminili, Liliana Zinetti. Tra i meno noti, Vincenzo Crapio.

C.S.: L’ultimo libro che ha letto?
Giulio Marchetti: Sto leggendo “Destinazione stelle” di Alfred Bester. Romanzo noto anche con il titolo “La tigre della notte”.

C.S.: Cosa le manca?
Giulio Marchetti: La poesia (è un po’ che non la frequento).

C.S.: La sua citazione preferita?
Giulio Marchetti: Sono tuttora indeciso tra queste due:
“L’uomo è il più intelligente degli animali perché ha le mani”. (Anassagora)
“L’uomo ha le mani perché è il più intelligente degli animali”.
(Aristotele)

C.S.: È riservato o socievole?
Giulio Marchetti: Riservato che usa i social.

C.S.: Il suo luogo preferito?
Giulio Marchetti: L’antimateria (per vedere il non aspetto delle cose).

C.S.: Per caso ha un cassetto con un sogno?
Giulio Marchetti: “Il sogno della vita”, la mia prima raccolta.

C.S.: Mentre la leggevo mi sono fermata qui: “[...] Non è la somma degli istanti/ che illumina il giorno/ ma l’eterna sequenza/ di abitudini ostili./ Così la presenza diventa/ un abuso tragico di spazio,/ la carezza del vento un assedio,/ la trasparenza dell’acqua un inganno/ e si finisce per sperare/ che la promessa dell’alba/ non venga mantenuta./[...]”
Giulio Marchetti: Pensieri tremendi…

C.S.: Cosa sta scrivendo in questo periodo?
Giulio Marchetti: Niente. Questo periodo ha l’aspetto di una lunga pausa (spero non definitiva).

C.S.: Nasce a Roma, qual è il suo rapporto con la sua città?
Giulio Marchetti: Eterno. Mi piacerebbe un giorno cantare, per essere contestualizzato nella “scuola romana”.
Fonte: http://oubliettemagazine.com/2014/10/08/intervista-di-carina-spurio-a-giulio-marchetti-autore-della-raccolta-poetica-apologia-del-sublime/

mercoledì 18 settembre 2013






MONTORIO AL VOMANO – IMMAGINI PER LA MEMORIA
NUOVA
 PUBBLICAZIONE DI EGIDIO MARINARO


Curata dal montoriese Egidio Marinaro, con saggi contributivi di Annalisa D’Ascenzo (Università degli Studi Roma Tre) e di Luciana D’Annunzio (Archivio di Stato di Teramo), è stata data alle stampe la prima pubblicazione iconografica e cartografica relativa a Montorio, dal titolo: Montorio al Vomano – Immagini per la memoria (Teramo, Ricerche&Redazioni, luglio 2013).
Questo nuovo libro è il nono volume della Collana editoriale “Documenta” ed è stato promosso dall’Associazione culturale “Il Chiostro”, con il sostegno economico della D’Adiutorio Srl.
“L’immagine più significativa di questo libro”, scrive Marinaro, “concepito non per tracciare un problematico percorso storiografico per immagini ma più semplicemente per incoraggiare i lettori ed appassionati alla memoria storica documentabile, è lo stemma civico scolpito nel 1549 sul portale della navata di sinistra (per chi guarda dalla piazza) della chiesa di S. Rocco (p. 40)”.
Le immagini, tra foto e cartoline (oltre ai vari sigilli, stemmi araldici, mappe, piante, planimetrie e carte topografiche conservate in Spagna, presso l’Archivio General di Simancas, e qui riprodotte fedelmente), sono state divise  per quartieri, o per zone che dir si voglia, del centro storico di Montorio al Vomano (ma ci sono immagini anche fuori dal centro storico). Ad esempio, ci sono diverse foto del primo ed antichissimo ponte – chiamato popolarmente “Ponte della Madonna” – che fu costruito per attraversare il fiume Vomano: lo si vede in alcune cartoline dei primissimi anni del Novecento; poi durante la costruzione dell’Acquedotto del Ruzzo (1931) e della sua inaugurazione (1935); c’è la rarissima foto (attribuita al compianto don Domenico De Federicis) del ponte bombardato dalle truppe tedesche in ritirata (1944). In un altro scatto si vede la passerella provvisoria per attraversare il fiume prima della ricostruzione vera e propria.
Ci sono tante altre cartoline realizzate dal fotografo e sindaco di Montorio, Poliseo De Angelis (Montorio al Vomano 1879 – Baltimora, Usa 1950), e da Domenico Nardini (Guardia Vomano di Notaresco 1895 – Teramo 1979) e altrettanti documenti cartacei, provenienti anche dall’Archivio di Stato di Teramo, dalla Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico” di Teramo, dall’Archivio Storico del Comune di Montorio al Vomano e da quello Parrocchiale di S. Rocco, oltre ai vari archivi privati, che hanno consentito di ripercorrere quasi cinquecento anni di iconografia storica di questa bella cittadina teramana e di arricchirne, ulteriormente, la relativa pubblicistica locale.

Pietro Serrani

lunedì 6 febbraio 2012

Fabio Petrella "Cronache di un cittadino qualunque" Evoè Edizioni, 2011


Cronache di un cittadino qualunque


Evoè Edizioni, 2011


intervista di Carina Spurio


“Cronache di un cittadino qualunque” è la sua prima opera in cui descrive il Cittadino: un personaggio anonimo, ingenuo e sprovveduto, alle prese con alienanti riti quotidiani. ..

Proprio così. Un cittadino qualunque, appunto, che inquadrato come un automa (ma con sentimenti ovviamente umani) nel rigido sistema della società contemporanea la subisce senza via di fuga che non sia l’estremo atto (anche di protesta) del suicidio. Un personaggio senza tanti grilli per la testa, semplice e destinato a un tragico destino quotidiano, ma immortale. L’immortalità è l’unico barlume accecante di speranza per il Cittadino che, a ben vedere, è l’ultimo degli eroi, un moderno paladino di Carlo Magno che lotta contro i soprusi e alla fine, con grande dignità, inevitabilmente perisce. Ma rinasce sempre, come il sole dopo una notte di tempesta.


Com’è nata questa raccolta di 31 microstorie e qual è stata l’idea che ha dato il via al libro?

Dal nulla e, come per ogni cosa, quasi per caso. In origine il libro doveva essere una raccolta di articoli satirici sulla società moderna analizzata e giudicata dal mio punto di vista, ma poi una volta iniziata la stesura si è via via delineata la figura del buon Cittadino che, ispirata a più illustri personaggi di fantasia (penso a Fantozzi ma anche a Homer Simpson), riesce a imporsi nell’immaginario e nella realtà di tutti noi perché è facile identificarsi in lui, con tutti i suoi pregi, manie e difetti.


Ci può illustrare la copertina del libro?

Al centro della copertina, semplice ed essenziale, tratteggiata di nero su sfondo bianco, è raffigurata una carta da gioco, un tarocco per l’esattezza, che ha come soggetto il Cittadino in una posa interrogativa e perplessa, come se stesse domandando informazioni a qualche funzionario seccato dalle sue richieste. Un occhio attento si accorgerà che sopra la carta è stampato il numero romano LXXIX (79). Non è un dettaglio lasciato al caso. I tarocchi, infatti, secondo tradizione sono formati da 78 carte e quella del Cittadino si vuole aggiungere, quasi per dispetto (o forse anche di diritto), a una collezione già stravagante e misteriosa.


… il suo Cittadino anonimo, resiste stoicamente ad “un’aspra metà” e fugge dalle “arpie che lo guardano con malcelato compatimento”. La sua penna, pulita e affilata, descrive una figura femminile tradizionalista e tiranna …

Ma non solo la moglie, anche i figli ad esempio si comportano in egual modo. Tutta la società è tirannica con il Cittadino e la famiglia, essendone il nucleo principale, ne rispecchia le leggi e i comportamenti. La conflittualità con il gentil sesso è solo uno dei fronti su cui combatte il Cittadino, che da uomo sposato ama e odia la consorte. Non c’è una “discriminazione” premeditata contro le donne, anche se nei racconti sono spesso ostili al protagonista.


Nel suo libro, le dinamiche familiari si intrecciano a quelle sociali:“In ufficio parte la raccolta fondi, una questua che dovrebbe servire per aiutare i bambini poveri del terzo mondo. Il Cittadino, dopo le spese folli della moglie, rientra di diritto tra essi, ma non può dirlo, che figura farebbe?” da “Il sabato sera alla discoteca”. Sembra un po’ il timore del Cittadino medio della nostra Italia, non ancora nel terzo mondo ma in caduta libera …

Sì, in questo senso è molto attuale. Ma è anche un timore di apparire inadeguato allo stile di vita imposto da media e da modelli sbagliati. In questo mi ha “ispirato”, se così possiamo dire, l’ambiente che vivo ogni giorno: la nostra cara Teramo che dal provincialismo proprio non vuole (o non può?) uscire.


Il suo goffo Cittadino senza nome, ipotetico rappresentante di ogni città “contento come un bambino il giorno di Natale”, realizza il suo sogno nel cassetto: “andrà all’Isola dei Famosi” … scappatoia dell’uomo inetto che si rifugia nel miraggio della fama?

Esattamente. Il suo sogno è di essere protagonista del mondo magico oltre lo schermo, come se la notorietà fosse l’unica cura per la sua mediocre ma eroica quotidianità. Ma alla fine anche lui capirà che la fama è passeggera.


Quando ha capito che la scrittura avrebbe fatto parte della sua vita?

Difficile rispondere. Già al liceo sentivo il bisogno di comunicare qualcosa, ma probabilmente ancora non l’ho capito del tutto. E forse è meglio così.


Scrive di getto o asseconda delle pause?

Di getto, perché a lungo andare finisco per stufarmi. Più che altro dipendo da umori e sensazioni spesso fulminanti.


… su carta o al computer?

Uso il computer. Dita come penne per scrivere su fogli che non assorbono l’inchiostro.


Quali sono stati gli autori che l’hanno influenzata - ispirata?

Per il piglio umoristico di “Cronache di un cittadino qualunque” ho subito l’influenza degli scritti di Paolo Villaggio con il suo Fantozzi, e penso che la cosa sia abbastanza evidente. La cornice bizzarra dei racconti, invece, è dovuta alle storie fantastiche di cui sono ghiotto. Anche se probabilmente c’entra poco o nulla con questo libro, il mio autore preferito è Dino Buzzati.


Nella quarta di copertina si legge che oltre la scrittura è un appassionato di montagna, calcio e sport…

Amo la montagna per le sue guglie e i suoi spigoli inaccessibili, per la solitudine, i silenzi e il senso di tranquillità che mi trasmette. Inoltre, da parte di madre sono originario di Poggio Umbricchio, piccola frazione del comune di Crognaleto, mio personale rifugio e castello inviolabile. Peccato che la politica abbia abbandonato a se stessa la nostra montagna. Sono sempre più numerosi i paesi, custodi di tradizioni secolari, che si spopolano e finiscono per aleggiare lugubri sulle rupi come fantasmi di pietra. Sono molto legato al paese e alla sua gente (esiliata nelle città di tutta Italia) e per questo combatto affinché non venga del tutto dimenticato. A suffragio di ciò, e per unire le mie più forti passioni, con l’appoggio della Pro Loco e dei suoi inossidabili rappresentanti abbiamo dato vita all’ASD Poggio Umbricchio, squadra di calcio che gioca il ruolo di un vero e proprio miracolo sportivo e sociale. Grazie alla disponibilità del sindaco di Crognaleto Giuseppe D'Alonzo, e quando il tempo lo permette, giochiamo le gare casalinghe a Nerito, ma il nostro sogno è di ripristinare l’impianto sportivo del nostro paese, il primo che venne realizzato nel circondario e in disuso da troppi anni.


Le capita mai di litigare con se stesso?

Spesso, forse anche troppo. È un conflitto che mi porta ad essere molto severo con me stesso, e che non vede e non vedrà mai un momento di stallo definitivo, se non per temporanei e passeggeri momenti di mitezza.


Qual è il suo rapporto con Internet …

Direi morboso, ma forse suonerebbe eccessivo. Internet è un mezzo di cui non posso più a fare a meno. Vuoi per l’informazione, per la comunicazione e anche e soprattutto per lo svago.


La prima cosa che pensa quando si sveglia?

Che dovrei lavorare. Ma nell’Italia di oggi è un diritto che, senza fare dell’inutile retorica, non viene riconosciuto ai giovani. Ed è gravissimo.


Lei è timido o estroverso?

Timido per natura, ma non ho nessuna difficoltà a integrarmi o rapportarmi con le persone. Anzi, a dir la verità, spesso finiscono io per coinvolgere gli altri.


… nel prossimo futuro del Cittadino Fabio Petrella arriverà un prossimo libro?

Altro materiale e idee ci sono. Ora devo battere il ferro finché è caldo con “Cronache di un cittadino qualunque”, poi si vedrà. Non nego che mi piacerebbe.


Un ringraziamento …

Pratico e diretto: alla Evoé che ha creduto in me e a chi mi sostiene e mi dà coraggio.


Teramo. Qual è il suo rapporto con la città che l’ha vista nascere?

Un rapporto pacifico e senza pretese. Ma preferisco il mio Poggio.


Fabio Petrella è nato a Teramo, dove vive, nel 1987. Si è diplomato presso il Liceo Classico Melchiorre Delfico" e attualmente orbita nel mondo dell’informazione collaborando con la testata giornalistica locale L’altra Parola e con SpazioRock, periodico telematico di successo che si occupa di musica. E’ un appassionato di montagna e di calcio, sport che pratica a livello amatoriale.

lunedì 21 novembre 2011

Schegge di vita Giuliana Sanvitale

Giuliana SanvitaleSchegge di vita
Duende, 2011

intervista di Carina Spurio

D:Il tuo nuovo libro mi arriva in una calda mattina di fine ottobre. Ti ritrovo tra le pagine di “Schegge di vita”. Mi perdo tra le tue pagine, avvolta in un clima di familiarità. Il primo racconto “Mustafà. La guerra dei poveri”, apre la porta dei miei ricordi, fissa l’immagine di un suo omonimo, anch’egli, intento a vendere biancheria sulle spiagge dell’adriatico. All’istante, ti invio un sms. Ti comunico che sono ammaliata dal tuo libro, schiava delle tue prose rapide: leggerti per pochi minuti è stato come incontrare un altro e trovare la porta di sé stessi …
R:Le tue parole mi confermano che l’empatia che mi auguravo di instaurare col lettore si è realizzata. “Mustafà-la guerra dei poveri” ha conquistato tanti. Non è difficile comprenderne il perché. Quest’uomo di straordinaria umanità e dignità rappresenta la nostra coscienza, ci scava dentro convincendoci a leggere in fondo, a riflettere, a ricoprire di nuovo smalto ciò che ci circonda e che non ci appartiene per diritto, ma è un dono.

D:Dentro “Schegge di vita” c’è una dedica: alla sensibile Carina, perché si diverta a riempire qualcuno dei miei “giri di compasso”. Con simpatia e stima Giuliana. Leggo nel foglio allegato che a te piace citare un’espressione del critico letterario Simone Gambacorta, premio Flaiano 2010 per la critica, che definisce il racconto breve “un giro di compasso”. Lo stesso Gambacorta, che ti segue da tempo, lo si ritrova nella premessa del tuo libro, intitolata: “Con altra voce. Una prefazione in forma di lettera” …

R:Con Simone si è instaurato nel tempo un rapporto di stima profonda e di amicizia che non gli impedisce tuttavia di conservare la sua dirittura morale e la sua ben nota professionalità. Ripete spesso che, al di là della mia scrittura, apprezza la mia umanità e il mio rispetto per la Letteratura. Sono lieta di incontrare il suo apprezzamento.

D:Le schegge sono corpi estranei che ti entrano nella pelle. Spesso per la loro esilità ci pungono in maniera superficiale, ma se non vengono rimosse rischiano di infettarci. Quanto è dura una rimozione affidata all’inchiostro?
R:Le mie Schegge sono nate tutte dall’osservazione della realtà e, prima di trasformarsi in parole, hanno subito una lunga macerazione del pensiero. Il dolore o anche solo la commozione arrivano quindi sulla pagina già somatizzate, anche se non prive di emozione.

D:Oggi più che mai è difficile dare l’eternità alla parola, la sua durata sembra infrangersi contro il rumore di una società confusa dalla chiacchiera e cede tra lo scadimento delle sintassi e dei linguaggi approssimativi. Consegnarsi all’altro con una scrittura chiara come la tua è un atto di coraggio?
R:Mettersi in discussione, aprendo agli altri il proprio animo, consegnandosi in toto, senza remore, richiede davvero tanto coraggio. Presuppone una tua pace interiore, una tua sicurezza, che non è presunzione, e deriva sempre dalla consapevolezza della propria sincerità, dalla coscienza di non vendere fumo, di riconoscere il lettore come una persona degna del tuo rispetto.
Quando alla base del tuo lavoro ci sono questi presupposti, quando operi con questi sentimenti, la tua autenticità viene riconosciuta.
Non so onestamente se sperare nell’eternità della Parola; quello che so con sicurezza è che sintassi e linguaggio approssimativo non vanno d’accordo con una buona pagina.


D:Com’è nata questa raccolta di schegge e qual è stato il tema che ha dato il via al libro?
R:I racconti sono stati scritti nell’arco di una decina di anni; molti erano stati premiati ai primi posti e pubblicati in riviste letterarie. Giacevano lì quasi in attesa di non essere dimenticati ed è stato proprio Simone Gambacorta a consigliarmi di pubblicarli.
Sono 33 “giri di compasso”, come asserisce il nostro critico, iniziano con un racconto che parla di un africano e terminano con un racconto che richiama un’idea di Africa. I temi sono vari e, anche se a volte ho adottato una veste fiabesca o poetica per creare quell’alone di magia che ti ha affascinato, le schegge hanno scavato in profondità e ci invitano a “guardare con gli occhi dell’anima”. Forse potrei affermare che, pure in questo caso come avviene generalmente per ogni mio scritto, tutto nasce dal bisogno di trasferire sulla carta il risultato di uno scavo profondo che avviene quasi contemporaneamente in me e attorno me. Non so con precisione se sono le situazioni che mi vengono incontro o se sono io che le afferro per farle mie.

D:Cos’è per te scrivere: catarsi, riflessione, piacere, ribellione, narcisismo o altro?
R:Tutto questo tranne che narcisismo. “Scrivo perché non so fare altro… vivo ormai con occhio narrativo” ha scritto Luce D’Eramo. Per me scrivere è una necessità dell’anima, una ribellione alle avversità della vita, un piacere che sfiora la sensualità ed è senza dubbio catarsi. Per i Greci scrivere era un farmaco, per Goethe veleno e medicina. In uno dei miei racconti “Amore disamore” scrivo: la scrittura come terapia contro la cecità del presente, la parola come catarsi.


D:Scrivi di getto o assecondi delle pause?
R:Da ciò che ho detto in precedenza si evince che per me la scrittura , soprattutto la poesia, è una folgorazione che si traduce in necessità di parola scritta. Quando scrivo, con pause anche di settimane o mesi, tutto però si è costruito nella mente, per cui scrivo come sotto dettatura, senza bisogno di labor limae.

D:A quali tue opere sei particolarmente affezionata e perché?
R:I figli si amano tutti in egual misura. Anche se è scontato, è difficile operare delle scelte. Considero infatti i miei libri figli di carta e come tali cerco di essere “buona” con tutti loro, anche perché, come bravi bambini, si sono comportati bene, arrivando al cuore dei lettori e dei critici e sostenendomi nei momenti bui con la loro presenza. “Angeli” tuttavia è un caso a parte. E’ rabbia, dolore, confessione, pianto, scavo, ricerca d’identità, liberazione, pace, perdono e ancora pianto, sfida, ribellione, ritrovamento, ritorno. “Angeli” è stata la mia conquista più significativa, la mia pagina più bella, quella in cui le parole si cercavano da sole e si ordinavano secondo un disegno tratteggiato dai miei angeli.

D:In che modo si organizza Giuliana madre e moglie durante la stesura di poesie e racconti?
R:Scrivo soltanto quando ho veramente qualcosa da dire o meglio da comunicare. L’arte in genere è qualcosa che si vive in solitudine,ma che poi va comunicata, donata. Quando scrivo, avendo già tutto organizzato mentalmente, sono veloce. Ho quindi tempo per fare la moglie, la madre, la nonna che attualmente è la cosa che più mi prende. Leggo anche molto e dedico parecchio tempo a coltivare il rapporto con familiari ed amici. Senza colloquio, per me, non si va da nessuna parte.

D:Qual è il tuo rapporto con la fede?
R:Oggi è una domanda difficile questa tua. Mi piacerebbe molto poterti rispondere che credo fermamente, ma spesso sono piena di dubbi. Sempre che tu ti riferisca alla fede cristiana, alla fede in Dio. Ad essere onesta, lo sento troppo in alto o io mi sento troppo inadeguata, troppo piccola per l’immensa epifania della fede.
Credo tuttavia nell’Uomo, nella Natura, in Gesù e nel suo insegnamento. Credo nella civiltà dell’arte. Non so se è una contraddizione, ma mi sento ricca di spiritualità.


D:“Angeli”, il libro in cui racconti la storia di tuo padre, un militare morto per rappresaglia, donava una bella immagine di donna che si guarda dentro per colmare il vuoto di un’assenza. Tra molteplici temi incorniciati (a volte) dalla poesia, ritorni con “Schegge di vita” e affronti: l’adozione, il razzismo, l’emigrazione, la memoria, l’amore, il sociale e il dolore. Cosa ci riserverà in futuro la tua penna?
R:Ho molto lavoro pronto per essere editato: un romanzo e un centinaio di poesie da organizzare penso in due temi che semplicisticamente potrei definire Io e le parole e Io e il mare..
Penso che a breve uscirà il romanzo “Rosa” che ha ceduto il passo ad Angeli per un’esigenza etica.

D:Quale libro stai leggendo?
R:Leggo decisamente tanto, più di quanto scrivo. Spesso sono saggi o comunque libri di letteratura da cui impari sempre. Li intervallo con libri più lievi, ma non meno belli, come “Il peso della farfalla “ e “I pesci non chiudono gli occhi”di Erri De Luca, “Emmaus” e “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco. Da poco ho letto “La sottomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio e ho pronto il suo ultimo “Il silenzio dell’Onda”. Leggo pure molta poesia e non solo poeti italiani. Torno spesso - la poesia va riletta sino all’esasperazione finchè la sua musica non ti penetra – “Poesia dal silenzio” di Tomas Transtromer. Tra un libro e l’altro porto avanti la lettura di “Alfabeto” di Claudio Magris, una serie di saggi sulla Letteratura che mi appassiona ed arricchisce oltremodo.

D:Qual è il tuo rapporto con l’Abruzzo?
R:Sono nata a Giulianova per caso, unica della mia famiglia, da padre ortonese e madre piemontese ma di origine umbra. Ho studiato in collegio in Romagna e poi a Urbino perciò ho avuto poco tempo e scarsi appigli per sentirmi abruzzese. Col trascorrere degli anni, precisamente da quando ho iniziato le ricerche sulla mia famiglia, ho scoperto parenti abruzzesi ed ho cominciato ad amare questa terra e a recepire che essa era anche altro oltre Giulianova. La mia cittadina l’amavo di diritto, mi sentivo legata da un patto di sangue. Il resto era una delle regioni d’Italia. Poi è avvenuto l’incontro ed ora ne sto scoprendo anche la lingua, oltre alle usanze. In casa mia non si è mai parlato il dialetto , ora lo sto scoprendo e trovo che sia quanto mai calzante e spesso mi scopro ad appuntare qualche espressione, qualche termine particolare.
Anche in questa mia conquista sto operando un “ritorno”, mi sto riappropriando di qualcosa che era mio e di cui io ero parte.
Inutile aggiungere che la scrittura è un “laccio d’amore” indissolubile.


Giuliana Sanvitale, nata a Giulianova il 6 dicembre 1938, laureata in Lettere presso l’Università di Urbino con una tesi su Salvatore Di Giacomo e la poesia napoletana, sotto il rettorato del Magnifico Rettore Carlo Bo, ha insegnato per un quarantennio presso vari tipi di scuole. Si è cimentata nella stesura di recensioni e relazioni, ha tenuto brevi conferenze e curato laboratori di poesia nelle scuole e corsi di aggiornamento sull’Ermeneutica. Un suo adattamento dell’Epistolario di Leopardi è agli atti presso il Centro Nazionale di Studi Leopardiano di Recanati.Ha vinto, a livello nazionale ed internazionale, diciassette primi premi, sia per la poesia che per la narrativa, numerosi secondi e terzi premi, medaglie d’oro, d’argento, medaglia del Presidente della Repubblica, premi speciali della giuria. Ha preso parte a convegni sulla Poesia (Università Montaliana), presso la Camera dei Deputati, letture pubbliche del suo libro ed è spesso citata e intervistata su riviste culturali ed antologie. Ricordiamo le interviste di Simone Gambacorta su “La città”, di Walter De Bernardinis in “Scrittori Abruzzesi”, di Adriana Paola Di Giulio per “Notizie Donne.”Ha pubblicato le sillogi: E le donne…, premio D’Annunzio 2002; Acquaria, Premio Poesia e Rete di Trapani, Premio Recchiuti di Teramo 2006; Frammenti e Aforismi, 1° Premio Como. Nel 2004 ha editato il romanzo autobiografico I cibi della memoria, finalista a Massa Carrara e a Basilea, nel novembre 2009 ha editato presso la casa editrice Ricerche e Rdazioni il romanzo Angeli ha vinto ex equo il 1° premio internazionale poetico-musicale di Basilea.Di prossima stampa il romanzo: Rosa.Treno in corsa Treno in sosta, pubblicato da Andromeda Editrice 2008, è il titolo del libro di poesie che ha fatto vincere all’autrice il 1° Premio Internazionale “Gino Recchiuti”, Teramo 2009.Dal 2004 insegna presso l’Università della terza età e del tempo libero di Giulianova. Nel maggio 2007 ha vinto il “Premio Donna Città di Teramo”, per la letteratura e la poesia ed è stata definita: “… una delle più interessanti espressioni della cultura contemporanea abruzzese…”. A gennaio 2008 ha vinto il 1° premio al concorso letterario “Racconti delle donne abruzzesi” alla Regione, col racconto L’assenza. Nel luglio 2008 ancora un primo premio di poesia a Torano 2008 un secondo premio per il racconto a Garrufo. È inserita nell’antologia “Medialibro del’Albo degli Scrittori” e fa parte dei Poetionline. Ha ricevuto inoltre la nomina di Socio Onorario dell’Associazione degli Scrittori Italiani.La sua poesia è stata definita dal prof. Trequattrini: “di grande tensione lirica… la macerazione stilistica e la lavorazione delle immagini sono tali che uscendo da una dimensione privata, si rivolgono ad un pubblico assai vasto…”.