giovedì 21 maggio 2015

Intervista di Carina Spurio al pittore Pierpaolo Catini

Intervista di Carina Spurio al pittore Pierpaolo Catini

Intervista di Carina Spurio al pittore Pierpaolo Catini
mag 14, 2015
Nell’immenso e vasto territorio dell’arte contemporanea il pittore è un viaggiatore solitario che insegue con ostinazione i suoi percorsi tra arrivi e partenze, nel tentativo di catturare e fissare la sua dimensione creativa invisibile e sfuggente che unisce l’idea di ciò che non potrebbe essere altrimenti (Necessità) e lo spazio fisico, il presente e l’atto illusorio della raffigurazione.
Pierpaolo Catini
Egli è una specie di solitario, schiavo di un’ immediata esigenza interiore pronta a dare forma e architettura al suo sentire e che vive per la sua ispirazione. L’artista, in genere, è un essere non riconosciuto, geometricamente irregolare, che convive immerso nel lento tempo del raccoglimento e del pensiero ponderato.
Difende l’originalità, la perfezione e la qualità,prima di dare un risvolto commerciale alla sua arte. Spesso si pone interrogativi sul presente e mentre lega tradizione ed invenzione con il filo dei colori, schizza il presente con le emozioni insolute del passato che colano, proiettate nel futuro. Così, il tempo, le luci, le ombre e la memoria, armature sostegno dell’opera dipinta, spostati dal loro contesto ordinario, sono trasferiti in un altrove collocato in una sospensione alienata e trascendente. La realtà sorprende quando meno te lo aspetti, specialmente se si ha una particolare predisposizione a captare quello che solitamente non si vede.
In questo modo e da una circostanza apparentemente banale i miei occhi intercettano le opere pittoriche di Pierpaolo Catini, diplomato all’Istituto D’arte Ceramica ‘F.Grue’ di Castelli in provincia di Teramo, che dipinge sin dall’infanzia insieme al padre, Fernando Catini, noto paesaggista.  Nella sua Gallery leggo: ‘Il continuo movimento di segni, forme e colori, apre nuove vie comunicative con tocchi cromatici vivi e texture innovative.’
Ordinatamente in fila sono disposte le seguenti opere pittoriche: ‘Campo di Grano, omaggio a Van Gogh’, ‘Red Oak’, ‘La Via dei Ricordi’, ‘Barche’, ‘Primavera’, ‘Rosa d’Inverno’, ‘Stagno’, ‘Villaggio Norvegese, omaggio a Frits Thaulow’,  ‘Autunno’, ‘Sguardi’, ‘L’ora del Caffè’, ‘Innatural’, ‘Cavallo di Battaglia’, ‘Tormento’. Non s’intuisce all’istante la direzione su cui poggiare lo sguardo tra l’intensità dei colori, ma si arriva a perdersi tra il ‘ Campo di Grano ’ e la ‘Quercia Rossa’ (Red Oak), prima del punto in cui s’immaginava ci fosse il cielo. Tra le tecniche tradizionali e quelle inusuali, tra le stagioni e la strada dei ricordi che arriva sull’uscio di una casa, Pierpaolo Catini ferma su tela il paesaggio personalizzato che ricorda la ceramica della sua terra, evoca stati d’animo con i rossi del ‘Tormento’ per concludere con l’Action Painting’ (pittura d’azione) nel gesto creativo con cui proietta se stesso sperimentando il ‘Dripping’, facendo cadere o gocciolare i colori dal tubo sulla tela, lasciando al caso la responsabilità di tracciare un segno.
Questa intervista da vita e forma al colore, lo fa parlare, contorcere, condensare, rapprendere, fino a fargli prendere vie inconsuete dentro un forno, sulla ceramica. Come diceva Jung: ‘In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata.’

C.S.: Il suo percorso artistico nasce da una collaborazione tra padre e figlio. Può raccontare ai nostri lettori di questo binomio così affascinante che vede coinvolta l’arte tramandata?
Pierpaolo Catini - opere
Pierpaolo Catini: Fin da piccolo ho ‘aiutato’ mio padre nel suo lavoro giocando con colori, pennelli, acqua, spugnette e quant’altro si possa trovare in un laboratorio d’arte ceramica. Non so quanto i miei occhi siano stati influenzati dalle migliaia di pennellate e dai più disparati oggetti decorati dai fratelli Catini (Fernando, mio padre e Gabriele, suo fratello), ma ricordo che all’età di sei o sette anni alle cinque del mattino ero in piedi a disegnare. Dagli occhi, e poi dall’anima, qualcosa si è sempre mosso dentro me spingendomi a tirare fuori la creatività. All’età di sedici anni dipingevo con mio padre nella sua bottega. Ricordo benissimo i primi approcci con la ceramica, il pennello troppo bagnato o troppo asciutto sullo smalto. In breve mio padre, insegnante bravissimo e paziente si stupì e mi lasciò libero, come solo il mio spirito può essere. Dipinsi paesaggi di Roma Sparita (acquerelli di Roesler Franz) e la verità è che non c’è stato nessun vero insegnamento in questo. Cercavo di riprodurre fedelmente i colori, non sapendo bene come mischiarli e non avendo ancora studiato arte, ma, in qualche modo, il quadro usciva fuori. Ed effettivamente era romantico il nostro binomio: quello di un ragazzo all’epoca punk completamente immerso nel classico, ed un uomo paziente, a volte duro e burbero che tramandava tutto il suo sapere, i segreti dei suoi colori e i passaggi del suo famoso paesaggio, a questo ragazzo che in breve stravolse il percorso artistico classico senza mai rinnegarlo. Non so come esprimere la bellezza di quei momenti spesso non capiti in adolescenza. Posso solo dire che mi hanno insegnato quasi tutto quello che so della vita, se si sa leggere tra le righe, lasciandomi nel cuore la sicurezza che l’artigianato è un turbinio di emozioni e creazioni vive, che  coinvolgono corpo e mente in un processo lungo che non si conclude con la sola pittura. Ed il calore del forno era piacevole solo in inverno… se posso soffermarmi sul lato affascinante, dato che me lo ha chiesto, senza dubbio mi lasciavo incantare dai racconti dei vari artigiani del passato, da quelle storia di un tempo raccontate in modo superbo da mio padre, da questa discendenza e appunto questa arte tramandata. In qualche modo a Castelli siamo quasi tutti legati, certo questo succede in tutti i piccoli paesi ma la nostra caratteristica è essere legati nell’arte e non voglio essere esageratamente poetico in questa sede ma respirare l’aria del museo di Castelli dove vi sono capolavori assoluti e sentirsi parte, in qualche modo, senza sentire per forza il bisogno di sapere come precisamente, senza andare a sbirciare nell’albero genealogico del tutto, di un insieme astratto e passato di colori, di paziente ricerca della perfezione sia nella foggiatura che nella decorazione… è emozionante e coinvolge arte, storia, geografia, filosofia, antropologia.

 C.S.: L’arte, per lei, non è solo pittura ma anche scultura, argilla, scrittura e musica. In che modo riesce a conciliare e a far convivere tutte queste arti in una persona sola?
Pierpaolo Catini - opere
Pierpaolo Catini: L’approccio con l’argilla è stato nei primi anni di vita. Quando in bottega i miei genitori, in particolare  credo mia madre, che ha sempre collaborato, faceva dei divertenti animaletti per farmi giocare. Io in qualche modo mi sono sempre divertito, come un gioco avendo la fortuna di averlo sempre a disposizione,  ma imparando qualcosa negli anni in cui ho frequentato l’istituto d’arte ceramica fa grue. Non mi è mai  interessata più di tanto la foggiatura, la forma tonda e liscia, la perfezione in quel senso. Anzi. Al contrario  ho sempre cercato texture innovative, come in tutti i campi, anche in pittura. Cercavo la forma riccia, o  creavo sculture sperando in un’essiccazione adeguata, di aver alleggerito bene l’interno, se necessario. Mi sono sempre spinto al limite per non passare personalmente per cose già viste o già fatte. La riuscita non mi è mai interessata più di tanto. E la sperimentazione che mi porta a superare questo limite e mi porta  davvero a godere del piacere della riuscita quando creo qualcosa senza saperne bene le basi. E nei concorsi  a cui partecipavo con la scuola è sempre andata molto bene. Con ‘Scheletro di un albero Ossidato’ scultura  credo ancora esposta in una scuola superiore a Roseto appunto, tornado alla nostra domanda, le passioni si intrecciano. È una scultura di argilla, con colori che ricordano un albero tutto, quindi, come se fosse in qualche modo di metallo, ma è allo stesso tempo la spina dorsale di un uomo, della terra, del suo lamento. Con la scultura mandai uno scritto, una didascalia, una spiegazione e per me rimane ovvio che in qualche modo, non per tutte le arti con lo stesso equilibrio, le varie passioni si intreccino e portino più che altro a  spiegare, con la scrittura quello che si è fatto e credo di non averlo mai fatto solo in modo tecnico e sterile, poiché non è tecnico e sterile il modo in cui sogno sulle mie opere. Scrivere ho sempre scritto fin da giovanissimo, appuntando le mie emozioni e raccogliendo il tutto in un libro di racconti e poesie. E la musica l’ho quasi sempre lasciata per l’anima, come mezzo per esprimermi, come forte ispirazione, anche se poi mi sono cimentato in molti strumenti, a modo mio, come per tutte le cose che faccio. Come si può non provare o avere voglia di sentire il brivido di suonare le percussioni? E sapendo che gli approcci ad ogni strumento sono molto differenti, ho dovuto provare la voglia fisica di suonare una batteria, concentrandomi di più poi su chitarra ed ora nel basso. Suonai il sax per un breve periodo e mi piace sperimentare col pc. Conciliare tutte queste cose dipendeva da quanto mi lasciassi andare ad esse, da quanto non mi obbligassi a farle contemporaneamente. Col tempo aspetto che l’impulso si faccia avanti da solo, senza sforzi, ed ora vengono da sole. Non c’è giornata in cui non faccia note e segni, anche per poco, perché non è nella  quantità ma nella qualità di quello che sento. Un segno può portarmi ad una nuova serie. Mentre tutto il  resto nella mia vita è ancora e comunque un “contorno”, una pausa riflessiva e creativa, i colori regnano  sovrani. Mi sento in continua evoluzione e lascio che dentro me le cose accadono, perché verranno fuori al  momento giusto e sicuramente diverse nel modo in cui le ho progettate e sognate. Lasciarsi stupire dalla creatività è quanto di più vivo possa avere. È ovvio che ci sono anni e sperimentazione e progettazione,  tempo e malumori,  gioie e materiali mischiati con insuccesso. Ma succede che il quadro lasciato per due  anni in un angolo venga finito un giorno con una pennellata.

C.S.: Il colore denso è un’ ottima idea, da spruzzare liberamente su una base di colla e calce nei suoi due quadri: ‘Innatural’ e ‘Cavallo di Battaglia’. Ricordano il pittore espressionista astratto Jackson Pollok, famoso per i suoi grandi ‘Dripping’. In che modo arriva all’Action Painting e di conseguenza al Dripping?
Pierpaolo Catini: Per curiosità. La curiosità mi ha portato a sapere senz’altro più cose. In questo caso ci tengo a sottolineare che la gestualità è importante. Lanciare un secchio di vernice bianca su cenere di stufa a legno e guardarne  il lento asciugare e mutare è sensazionale. Si, la mutazione è la cosa che mi affascina di più. Questo quadro, ‘Innatural’, non ha altro. Soprattutto non ha colla. La cenere si è asciugata ed essiccata al sole con la vernice  da muri. Quel quadro che è una delle poche tavole di legno, tra l’altro, è stato un anno alle intemperie. L ‘ho lasciato sotto la pioggia, la neve, il vento e infine il sole che ha asciugato bene il tutto, dando piccoli  ritocchi di tanto in tanto e aspettando la possibilità di alzarlo. Il rosso l’ho schizzato alla fine. Sono tutti materiali che avevo, non ho comprato nulla. Ho ricercato il senso di qualcosa di forte, usando bianco, nero e  rosso. Da qui l’ispirazione per fare il secondo. Ho usato i colori del sangue e della violenza proprio per manifestare il contrario. Per ‘Cavallo di Battaglia’, il discorso è differente. Qui, ho usato la colla per attaccare il ferro di cavallo ed il  pezzettino di zoccolo datomi in paese da un artigiano, ma la prima stratificazione è data da oli. Per creare  un effetto materico, una parte rialzata, ho svuotato un posacenere pieno di cicche e versato sopra tutto il quadro molta colla. Questo quadro è contro la violenza sugli animali, in particolare vedendo un palio ho  capito che proprio non è possibile e per me inconcepibile usare gli animali per i proprio scopi più inetti,  quale il divertimento di una banalissima corsa. La vernice rossa sul ferro dovrebbe rendere quest’idea. Ho intenzione di continuare questa strada che mi ha dato molto, ma ultimamente mi sono concentrato su  una linea più delicata, acquerelli e disegni coi pastelli. La spinta per tornare a farne però è attiva. Mi sto  organizzando poiché per quello che ho in mente ho bisogno di spazio.

C.S.: Da dove trae l’ispirazione?
Pierpaolo Catini - opere
Pierpaolo Catini: L’ispirazione è in tutte le cose. I miei grandi maestri sono stati Van Gogh e gli impressionisti all’inizio.  Quindi lo studio della storia dell’arte mi ha ampliato gli orizzonti da ragazzo. E portato a dipingere anche su  cartoni quando non avevo le tele. I paesaggi e la natura hanno sempre influenzato il mio percorso. Ma non  sto dicendo quello che avrei voluto dire da subito. Viene dagli occhi e dal cuore. Mi attende un viaggio a  New York e sono certo che gli occhi si colmeranno di colori e grattacieli. Se mi conosco un po’ farò  sicuramente i “miei” grattacieli rivisitati. Dipingo sempre ciò che mi circonda. Mi soffermo anche sulle  piccole cose, foglie, oggetti, frutta. Di animali ne ho fatti molti, ma sempre o quasi astratti o più animali  insieme. Spesso mi basta un ricordo che si vede a malapena della cosa che voglio ritrarre. Difficilmente  ormai faccio figure realiste. Ma qualunque cosa è ispirazione in chi vuole guardare, scrutare, capire. È con occhio e punti di vista diversi che disegno le cose. È una cosa interna, un rumore, qualcosa che scalpita.  Non è qualcosa che si trae, qualcosa che esce, che deve uscire.

C.S.: Tecnicamente, quando inizia un quadro, segue un metodo preciso?
Pierpaolo Catini: Sono un creativo. È l’unico termine che amo e credo mi rispecchi. Mi piace usare le mani per fare  qualcosa che non c’è. Non ho uno stile unico e riconoscibile, non un percorso lineare che porta ad essere un pittore di una  determinata cerchia. Ho fatto il mio “impressionismo”, il mio “espressionismo”, la mia Action Painting, i miei polimaterici, i miei acquerelli, le mie amate illustrazioni. Ho cercato di innovare nella tradizione. Lì  dove mio padre, paesaggista di Castelli, mi insegnava lo stile classico, io ho tirato fuori paesaggi incompresi,  “sbagliati”, come Red Oak, una quercia rossa totalmente in primo piano senza spazio per respirare. Ho buttato cenere su tavola lasciandola per mesi al sole vento e pioggia , con schizzi di vernice bianca e rossa,  materiali che avevo, aspettando pazientemente che la tavola asciugasse. Cercando risultati con le mie vie  differenti è nato ‘Innatural’, appunto un esempio di Action Painting, amando Pollock. Un omaggio a Van  Gogh nasce da strati e stratificazioni infinite di olio  su tela 50 x 100, come la dimensione del suo favoloso  campo di grano con volo di corvi… trovando nella texture che ne esce (quadro da toccare e sentire) spunto  per un altro progetto in fase di crescita, appunto “texture”. L’acquerello mi ha sempre intrigato per la sua  delicatezza, ma come al solito mi sono dissociato subito dall’usarlo come si “deve”.  Dalla carta sono  passato a godere delle bollicine di acqua che l’acquerello lascia su tela. E sono nati molti quadri. Poi sono  tornato alla carta creando il progetto ‘lines’, strisce di colore ad acquerello pastellato con pennellessa: sono A4 da fotografare insieme, più o meno tre strisce per foglio, sono un oggetto di design, possono  essere quadri o installazioni, un insieme da costruire diversamente su una parete o dei veri e proprio  elementi modulari e facendo delle varie foto ulteriori opere con luci differenti. Vivo di colore  e so che devo creare in quanto bisogno fisico. Spesso senza una progettazione iniziale e con  una confusione che mi brucia l’anima. Solo e senza parlare lo faccio. Forse per salvarmi e credo sia l’unica  cosa che so fare. È uno sfogo intimo stando con me. Dove spesso le lacrime non arrivano più arriva il colore  il getto, la linea, lo spunto il fuoco che ho dentro. Non mi incanalo e non sono riuscito a fare bei sorrisi a chi  vive di arte e voleva anche aiutarmi. Io so solo che lo faccio senza pretese e ciò non vuol dire che non credo  in me, ma io non cerco l’aggancio politico. Non sorrido al mondo quando non mi va e godo nel mio  risorgimento. Ho creato il progetto ‘La Tua Storia in un Quadro’.  Può sembrare un disegno semplice, senza collegamenti,  poco fuso, invece è la storia della vita di una persona, cioè quanto di più profondo e importante possa  esserci. Sto cercando di specializzarmi nel disegnare più significati insieme concatenandoli nelle linee, ma  uscendo dal figurativo. Nella TSQ (chiamo così la tua storia in un quadro) io chiedo  le  passioni  dell’interessato, una foto, le sue origini, tutto ciò che possa dirmi, usando una scheda, e in un foglio disegno  la sua vita. Questa persona deve rivedersi subito nel quadro e credo che tutti vorrebbero la proprio storia in  un quadro, disegnata. Il progetto, nel pieghevole, lo presento così ‘Non è solo un disegno ma la storia di una vita: nasce dalla voglia di racchiudere il vostro percorso e le vostre passioni, in un quadro speranzoso per il futuro e colmo di significati; i significati che voi avete creato per costruirvi il sogno e che io racchiudo, col mio punto di vista, nel migliore dei modi, in un piccolo foglio.’ Per quanto riguarda gli oli, mi sono sempre distaccato anche qui dalla maniera classica. Dal dovere  aspettare che il colore asciughi. Io butto colpi di colore puro sulla tela. Curandomi solo dell’accostamento di  colore che mi piace in quel momento… cercando solitamente quasi sempre cieli, alberi, natura, quella  natura che salva da pace o temporali, fa freddo o scalda il cuore. Stamattina ho iniziato Scratches (Graffi), dei disegni dove i contorni sono dati da tratti di colore  sovrapposto molto decisi, nervosi ma puliti, dei graffi per l’appunto. Da questa sperimentazione vorrei  arrivare a disegnare l’intero oggetto solo coi tratti.

C.S.: Dei suoi quadri qual è il suo preferito?
Pierpaolo Catini
Pierpaolo Catini: Il mio preferito è senza dubbio l’omaggio che ho fatto a Van Gogh. Sulla linea del Campo di grano con  volo di corvi ho fatto il mio campo di grano con una texture di oli molto materica, da toccare con mano e  sentire.

C.S.: Che tipo di musica ascolta?
Pierpaolo Catini: La musica è una grande passione. Ascolto molta musica e mi piace variare soprattutto quando dipingo, sia  col rock, jazz, indie, reggae. Ascolto spesso i suoni della natura e mantra. Non ho un genere preferito.  Ascolto tutta la musica, quella buona, degna di avere questo nome.

C.S.: Progetti per il futuro?
Pierpaolo Catini: Nell’immediato futuro c’è un viaggio a New York che mi attende. Vado a trovare la mia famiglia. E sono  certo che anche tutti i miei progetti attuali saranno stravolti e rivisitati da questa esperienza e che me ne  porterà di nuovi. Inoltre tornerò all’Action Painting ed al Dripping poiché i tempi sono maturi. Sento la  necessità di gesti e colori nervosi, così come al contempo il progetto Lines e Scratches li riservo ai momenti  di riflessione. Per ogni emozione un nuovo progetto. Tra l’altro non posso lasciare la matita acquerellabile  che ultimamente mi ha dato molto e portato dove non credevo. Inoltre con il basso acustico, non vorrei  parlare troppo, ma ho in mente buone cose e fotograferò tutto.

C.S.: Qual è il suo rapporto con la sua terra d’origine?
Pierpaolo Catini: Amore e odio ovviamente. Amo l’Abruzzo, la sua pace e i miei monti. Non so se esistano posti più belli. Sento le mie radici in questi luoghi senz’altro, ma allo stesso tempo non ci sono opportunità come in una grande città. Anche lo scambio culturale è scarso.

Pierpaolo Catini (Atri, 1979) vive e lavora a Teramo dedicandosi totalmente alla passione artistica; è diplomato all’Istituto D’arte Ceramic’ F.Grue’ di Castelli e  dipinge su maiolica sin dall’infanzia insieme al padre pittore, Catini Fernando, noto paesaggista. Si laurea in Scienze della Comunicazione e matura la sua espressione ricercando nuove vie comunicative. Si dedica alle arti più varie, come la musica, la scultura in argilla e la scrittura pubblicando il libro ‘Marionetta’, antologia di racconti e poesie,  nel 2009 con Tespi  Editore. Vince il secondo Premio ‘Pasquale Celommi’ di Roseto con una scultura in argilla refrattaria decorata e partecipa a mostre collettive  come: “Arte contro la violenza”, a Teramo.

Written by Carina Spurio

Info

sabato 7 marzo 2015

8 Marzo 2015: Donna/Danno. Pensieri, parole e immagini di Carina Spurio

8 Marzo 2015
 Donna/Danno. Pensieri, parole e immagini.
di Carina Spurio
Quando si cerca di raffigurare un’immagine interna con una parola, con la pittura o la poesia, ci si può accorgere, ad opera realizzata, che la stessa è inadeguata, perché il linguaggio che ambisce ad una forma, può non essere fedele alle vibrazioni interne. Forse è per questo che Platone nella “Lettera settima” affermava che in fondo la verità è inesprimibile, il vero insegnamento non passa attraverso le cose scritte, quelle che si consumano nell'atto in cui vengono espresse, ma attraverso altre modalità. Quindi, contempla l’esistenza di un attimo in cui ciò che si è colto e capito, può non essere comunicabile con gli strumenti che possediamo. Si dice che le donne parlano, parlano, ma se chiedono, sanno già la risposta. Con quale altra modalità potremmo dare l’idea di sentire in profondità la verità o la menzogna in un suono che è una risposta? I rapporti sono assolutamente personali e il suono viene percepito a seconda della sensibilità di chi lo ascolta. La chiave di interpretazione, dunque, è all'interno, nell'intuizione di base che guida il nostro istinto e che può amplificare l’intuito. Ma questo interno, non è spesso facilmente estrinsecabile nelle varie forme d’arte. Anche se ci si prova continuamente, né una quadro, né una poesia, potranno dare il senso di ciò che vuol dire essere una donna. Nessuno, ha mai rappresentato realmente la necessità di comunicazione di questi esseri affascinanti che sono una forza nel mettere le parole in fila per intrecciare un senso, a sostituirne alcune per ingannarne altre e a strozzarsi con quelle che rimangono in gola, quasi per confutare l'esser portatrici sane di utero. E quindi mutevoli, isteriche, impulsive, intuitive, agitate dall’ormone-umore e trascinate dal fiume mestruo. La loro vita non inizia solo l’8 Marzo di ogni anno, quando qualche altra donna decide per ricorrenza di parlarne, ma inizia ogni giorno. Nessuna di loro, ha mai detto niente dei chilometri di indumenti stirati o dei chilometri di sillabe intrecciate a notte fonda. Neanche di quando scrivono con le unghie sui muri dello stomaco ogni volta che finiscono dentro un amore sbagliato. E della labbra indurite. Del sonno che non arriva. Degli anni che passano. Dei padri e delle madri. Delle case senza pavimenti e senza pareti, durante i sogni. Delle notti senza un cielo. Dei no che sono si. Dei si che sono no. Delle fughe. Dei silenzi. Delle attese. Dei mi manchi o dei non sei mai andato via. E ogni tanto, parlano da sole: specialmente se hanno perso quel senso di appartenenza in amore che chiamano magia. Oppure, quando la voglia di possedere i pensieri dell’altro, aumenta il desiderio di forzare la porta dell’angolo segreto che abita nella mente. E mentre alcune credono ancora nei sentimenti, altre hanno perso la voglia di entrare nella stanza dell’amore per guardarci dentro. In realtà, le donne, solo una cosa non sanno mai dire con certezza: se hanno più scarpe o più paranoie. Sanno che non sanno mai cosa mettersi. Sanno che Cupido era femmina, e come loro, in macchina, metteva la freccia a sinistra per andare a destra. Ma continuano a comunicare, a parlare del più e del meno, tra i gesti quotidiani veloci e meccanici, le corse dietro ai figli e le solite amnesie che generano le seguenti domande: ”Ho spento il gas?”. “Ho comprato il liquido per i piatti?”. “Dove ho messo le chiavi della macchina?”. Sulla scrivania della donna che sta scrivendo, immobili, tanti libri di scrittori e Pietro, il protagonista del primo racconto del libro di Fabio Petrella dal titolo “Dove non arrivano i sentieri”, Palumbi Edizioni, che “percorre il sentiero del paese a grandi balzi verso la casa di Clara, l’unica donna  nel paese che sapeva come far nascere suo figlio Vincenzo.” Vincenzo, nasce il 25 febbraio del 1926Poggio Umbricchio, una frazione del Comune di Crognaleto in provincia di Teramo, poggiato su uno sperone di roccia nel territorio dei Monti della Laga. Emigra in America in cerca di fortuna per sfuggire alla miseria. Il pastore ritorna nella sua terra ormai anziano, si parla ancora di esodo come ai suoi tempi, questa volta non per tentare la fortuna ma per avere la possibilità di un lavoro non precario ed un esistenza almeno dignitosa. La ciclicità della Storia ritorna; come i nostri nonni/ genitori parecchi anni fa, oggi tocca alle nuove generazioni affrontare  la migrazione, indirettamente imposta dalla preoccupante situazione politica. E poi Giorgio, il nipote di Giovannino che in America era andato da solo all’età di 18 anni, dopo aver perso il fratello crivellato dalle granate. Giorgio, il protagonista del primo racconto del nuovo libro di Giuliana Sanvitale dal titolo “America e altri racconti”, Duende (Gaalad Edizioni snc), 2015, che dall’America arriva in Italia e ritorna al paese del nonno. “L’America era l’America!”, scrive Giuliana Sanvitale, lo ripetevano tutti, anche i viandanti che attraversavano il paese e Giovannino comprese che non aveva scampo, doveva andare.” Dietro ogni partenza di un uomo c’è sempre una donna, sia mamma, sia moglie, sia compagna, sia amica. Ci sono grandi emozioni nel tratto che segue i contorni del volto di una donna. Forse, solo i pittori lo sanno, per questo si ritrovano in un punto dove si perde lo spazio per le parole che spiegano la divina arte e colorano i seni di carne, gli sguardi pervinca e le labbra rosse. E “le saboteur tranquille”, tal Renè Magritte, non a caso, in “Lo stupro”, al posto degli occhi inserisce due seni, l’ombelico al posto del naso e la bocca al posto dei genitali, il tutto protetto da morbide curve di biondi capelli. Magritte, trasforma/deforma il viso di una donna in oggetto del desiderio, un viso/corpo privo della sua individualità, delle sue espressioni e dei suoi sentimenti. Un volto trasfigurato da usare per il piacere. Questo quadro, che forse può indignare, colpisce, in quanto contiene una disarmante e attuale verità: raffigura alla perfezione la violenza che lo sguardo di un uomo commette quotidianamente al corpo di una donna. Il volto femminile è trasformato in puro oggetto di desiderio, in un corpo usa e getta.  Parquet dice infatti che Magritte distrugge l’evidenza delle evidenze, quelle del volto, con un’evidenza ancora più evidente, quell’immagine shock e il pensiero che vi è sotteso, la visione speculativa e la vista della vista sono le componenti chiave dell’opera magrittiana.” Dallo spazio colorato del pittore si arriva allo spazio bianco del poeta famoso, che attiva la fantasia per spiegare l’assenza della donna amata. Per lui, l’amore che si dà e l’amore che si nega sono motivo di delusione, analogamente dolente e fertile: “Oggi che t’aspettavo/non sei venuta./ E la tua assenza so quel che mi dice/ e la tua assenza che tumultuava/ nel vuoto che hai lasciato/ come una stella./ Cardarelli, 1936, p.76, concluderà: “Amore, amore, come sempre/ vorrei coprirti di fiori e d’insulti./” Il nuovo poeta però è sempre più in crisi.  Il linguaggio è cambiato. L’amore che teneva per mano i due amanti tra la Gioia e il Dolore nei versi di Cardarelli, ha nuove espressioni. Oggi, l’amore che si nega è più di quello che si dà e la privazione crea aforismi decisi, concisi: “Non te la darei neanche se ce l’avessi doppia.”, si legge su Twitter. Così, il poeta, assiste al lento abdicare delle parole ufficiali. Insegue nuovi sensi e nuove strutture. Sperimenta nuovi linguaggi, cancella ogni canone oltrepassando/bypassando la siepe. Cerca di creare una formula nuova, meno estesa, più attuale. Scarta i metri, dimentica le rime, litiga con le parole abusate, e mentre le riafferma, le esclude: il tempo, no. Il barlume della notte, no. Le stelle, no. La rugiada, no. Il cuore, no. L'amore, no. I segreti, no. La canicola, “no e poi no”. Rimpianti, ricordi, senso di colpa, l'universo, il sole, il fango, l’oblio, il dolore, lacrime antiche, anima che brama prepotente, labbra di fuoco, labbra scarlatte, sorriso di miele: a meno che non si abbia a disposizione una compressa di Plasil contro la nausea, no. Ma il futuro delle nuove parole è poi così poetico? Nei messaggi privati si leggono nuovi gerghi: “Amore, hai un tag!” “Dammi la password che entro.” “Ti avevo detto di fare il login!”  “Hai pensato all’Hashtag: #ottimo#vinoveritas#casamia.”  “Hai messo il gatto su Instagram?” “Hai visto la Pic of the week!?” TesoroRetweet o Re-tweet: MT “modified tweet”e HT “heard through”.” “Caro, hai un DM.” “Se mi Following.” “Ti Followers.”  Tra la scrittura, la pittura e la poesia, oggi, 8 Marzo 2015, ricordiamo i 124 femminicidi nel 2012, i 177 nel 2013 e una vittima ogni tre giorni negli ultimi dati statistici. L’orrendo fenomeno non si placa. Tra donna e donna. Tra amore e paura. Tra nonne, madri e figlie. Tra mito e necessità: dalle mani di un uomo alle mani di una donna, il fiore dell’8 Marzo resta la mimosa che nel 1908 cresceva nei pressi della fabbrica bruciata, quando 129 operaie di un’industria di New York morirono in un incendio, mentre protestavano per le condizioni di lavoro indegne a cui erano costrette.

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sabato 28 febbraio 2015

"Guardami negli occhi" di Annarita Altieri

Punto di partenza.

Non è la parola
che domina il segno
nel sentiero di china
che segue l’ovale di donna.
Non è la linea sapiente
che esige cautela
e posa il colore dell’alba
sulle palpebre tue.
Il centro della meraviglia di te
che guardi senza fare rumore,
è un tratto scuro da cui
nasci -donna di poche parole-
che urlano con violenza
nel silenzio appoggiato
sulle tue labbra.
Lo specchio dell’anima
non abbassa gli occhi,
riflette emozioni e paure,
mentre cattura altri sguardi
prigionieri del suo eterno fissare.
Carina Spurio

Quadro di : Annarita Altieri.
Titolo: "Guardami negli occhi."
Tecnica: China su carta, matita, smalti per unghie. Misure: 33 x 24 cm.




mercoledì 25 febbraio 2015

"Il Pavone" di Annarita Altieri


Oltre le cose

Finiscono nei tormenti
le cose sbagliate,
lacerano il tempo per giorni interi,
alcune volte, per anni.

Oltre le cose
ci sono le proiezioni di una vita
annodata nei pensieri
che turbano lo sguardo.

Il tuo volto intatto tace,
non ha voce per lodare
l’anarchia del movimento
che ti inventa donna silenziosa.

Il tratto ritrova il cammino
sulle tue labbra sensuali:
la pista falsa sopra la punta del mento
che tra queste rime mi ferma il fiato.
Carina Spurio



Quadro di: Annarita Altieri.

Titolo: "Il Pavone".

Tecnica: China su carta, smalti per unghie.

Misure: 45 x 33 cm.



lunedì 9 febbraio 2015

Intervista di Carina Spurio a Giulio Marchetti, autore della raccolta poetica “Apologia del sublime”

Intervista di Carina Spurio a Giulio Marchetti, autore della raccolta poetica “Apologia del sublime”
ott 8, 2014
Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Il suo libro d’esordio s’intitola “Il sogno della vita” (Novi Ligure, 2008. Finalista del Premio “Carver” e segnalato con menzione speciale al premio “Laurentum”. Nelle sue poesie parla d’amore, di natura, di sogno, servendosi di versi puliti, realisti, privi di illusioni.
Eppure quello che ancora ci attende è l’attesa./Qui e ora./ Non si ammettono ipotesi terze:/ L’amore ci appartiene o ci abita./ (p.83).” Possiamo scorgere in queste semplici parole la violenza inevitabile a cui espone l’amore. Nelle mani di Eros non ci sono punti di uscita, il turbamento e il desiderio che nascono dalla vista dell’altro ci raccontano di quanto sia urgente la necessità di fondersi nel rapimento amoroso. Dopo la folgorazione, il linguaggio che resta è quello della poesia, intrisa dei suoi incomprensibili poteri alchemici che riesce a comunicare tutto quello che altrimenti resterebbe celato.
Abbiamo incontrato Giulio Marchetti per una chiacchierata sulla sua vita e sulla sua passione letteraria. Buona lettura!

C.S.: Da nove nasce l’idea di pubblicare la sua “Apologia del Sublime”che racchiude poesie scritte tra il 2008 e il 2014 appartenenti a quattro precedenti raccolte: “Il sogno della vita”, (Novi Ligure, 2008) “Energia del vuoto”, 2012 (puntoacapo) “La notte oscura” (ibidem), “Cieli immensi” che ha vinto il Premio “Laurentum” 20122, sezione sms?
Giulio Marchetti: Ho contattato Puntoacapo, il mio editore di riferimento negli ultimi anni, con l’idea di pubblicare “Disastri, la mia ipotetica quarta raccolta. L’editore mi ha proposto d’incontro una secca idea alternativa: riunire le mie pubblicazioni precedenti e la raccolta ancora inedita in un unico libro. Una sfida. Mi sono guardato dentro e ho trovato un vecchio titolo che avevo lasciato a sbattere contro i pensieri in attesa di un giorno importante. Apologia del sublime.

C.S.: L’amore appartiene alla sfera dell’indicibile per sua natura, come accede spesso a tutto ciò che si associa alla dimensione più segreta e profonda dell’essere. Dare forma all’amore attraverso la poesia sembra un atto scontato quanto folle. L’amore con il suo mistero, ci pone da sempre di fronte a qualcosa di incomprensibile che allo stesso tempo vorremmo comprendere. Come afferma Kierkegaard ( 1843 a, p.99): L’amore ha molti misteri, e questo primo invaghimento è anch’esso un mistero, e non il più piccolo”…
Giulio Marchetti: Non saprei in questo momento aggiungere un pensiero degno di essere aggiunto a questa affermazione di Kierkegaard.

C.S.: Ci racconti com’ è avvenuto il suo incontro con la poesia?
Giulio Marchetti: L’incontro è stato banale. La folgorazione invece è avvenuta quando ho avuto tra le mani due raccolte di Francesco Gazzè (“Frammento e fragile” e “Scorribande lineari”), noto ai più per la felice collaborazione artistica con il fratello Max.

C.S.: Tra prosa e poesia quali sono i suoi autori preferiti?
Giulio Marchetti: Nomi sparsi in ordine sparso. Per la narrativa Irvine Welsh, Philip Roth, il maestro King. Una menzione anche per Clive Barker, autore di “The thief of always”, uno dei libri a me più cari. Per l’Italia, Gianluca Morozzi. Per la poesia, tra i riferimenti assoluti, Eugenio Montale, Andrea Zanzotto, Mario Luzi. Fuori dai confini, Stephane Mallarmè. Tra le voci femminili, Liliana Zinetti. Tra i meno noti, Vincenzo Crapio.

C.S.: L’ultimo libro che ha letto?
Giulio Marchetti: Sto leggendo “Destinazione stelle” di Alfred Bester. Romanzo noto anche con il titolo “La tigre della notte”.

C.S.: Cosa le manca?
Giulio Marchetti: La poesia (è un po’ che non la frequento).

C.S.: La sua citazione preferita?
Giulio Marchetti: Sono tuttora indeciso tra queste due:
“L’uomo è il più intelligente degli animali perché ha le mani”. (Anassagora)
“L’uomo ha le mani perché è il più intelligente degli animali”.
(Aristotele)

C.S.: È riservato o socievole?
Giulio Marchetti: Riservato che usa i social.

C.S.: Il suo luogo preferito?
Giulio Marchetti: L’antimateria (per vedere il non aspetto delle cose).

C.S.: Per caso ha un cassetto con un sogno?
Giulio Marchetti: “Il sogno della vita”, la mia prima raccolta.

C.S.: Mentre la leggevo mi sono fermata qui: “[...] Non è la somma degli istanti/ che illumina il giorno/ ma l’eterna sequenza/ di abitudini ostili./ Così la presenza diventa/ un abuso tragico di spazio,/ la carezza del vento un assedio,/ la trasparenza dell’acqua un inganno/ e si finisce per sperare/ che la promessa dell’alba/ non venga mantenuta./[...]”
Giulio Marchetti: Pensieri tremendi…

C.S.: Cosa sta scrivendo in questo periodo?
Giulio Marchetti: Niente. Questo periodo ha l’aspetto di una lunga pausa (spero non definitiva).

C.S.: Nasce a Roma, qual è il suo rapporto con la sua città?
Giulio Marchetti: Eterno. Mi piacerebbe un giorno cantare, per essere contestualizzato nella “scuola romana”.
Fonte: http://oubliettemagazine.com/2014/10/08/intervista-di-carina-spurio-a-giulio-marchetti-autore-della-raccolta-poetica-apologia-del-sublime/

mercoledì 18 settembre 2013






MONTORIO AL VOMANO – IMMAGINI PER LA MEMORIA
NUOVA
 PUBBLICAZIONE DI EGIDIO MARINARO


Curata dal montoriese Egidio Marinaro, con saggi contributivi di Annalisa D’Ascenzo (Università degli Studi Roma Tre) e di Luciana D’Annunzio (Archivio di Stato di Teramo), è stata data alle stampe la prima pubblicazione iconografica e cartografica relativa a Montorio, dal titolo: Montorio al Vomano – Immagini per la memoria (Teramo, Ricerche&Redazioni, luglio 2013).
Questo nuovo libro è il nono volume della Collana editoriale “Documenta” ed è stato promosso dall’Associazione culturale “Il Chiostro”, con il sostegno economico della D’Adiutorio Srl.
“L’immagine più significativa di questo libro”, scrive Marinaro, “concepito non per tracciare un problematico percorso storiografico per immagini ma più semplicemente per incoraggiare i lettori ed appassionati alla memoria storica documentabile, è lo stemma civico scolpito nel 1549 sul portale della navata di sinistra (per chi guarda dalla piazza) della chiesa di S. Rocco (p. 40)”.
Le immagini, tra foto e cartoline (oltre ai vari sigilli, stemmi araldici, mappe, piante, planimetrie e carte topografiche conservate in Spagna, presso l’Archivio General di Simancas, e qui riprodotte fedelmente), sono state divise  per quartieri, o per zone che dir si voglia, del centro storico di Montorio al Vomano (ma ci sono immagini anche fuori dal centro storico). Ad esempio, ci sono diverse foto del primo ed antichissimo ponte – chiamato popolarmente “Ponte della Madonna” – che fu costruito per attraversare il fiume Vomano: lo si vede in alcune cartoline dei primissimi anni del Novecento; poi durante la costruzione dell’Acquedotto del Ruzzo (1931) e della sua inaugurazione (1935); c’è la rarissima foto (attribuita al compianto don Domenico De Federicis) del ponte bombardato dalle truppe tedesche in ritirata (1944). In un altro scatto si vede la passerella provvisoria per attraversare il fiume prima della ricostruzione vera e propria.
Ci sono tante altre cartoline realizzate dal fotografo e sindaco di Montorio, Poliseo De Angelis (Montorio al Vomano 1879 – Baltimora, Usa 1950), e da Domenico Nardini (Guardia Vomano di Notaresco 1895 – Teramo 1979) e altrettanti documenti cartacei, provenienti anche dall’Archivio di Stato di Teramo, dalla Biblioteca Provinciale “Melchiorre Dèlfico” di Teramo, dall’Archivio Storico del Comune di Montorio al Vomano e da quello Parrocchiale di S. Rocco, oltre ai vari archivi privati, che hanno consentito di ripercorrere quasi cinquecento anni di iconografia storica di questa bella cittadina teramana e di arricchirne, ulteriormente, la relativa pubblicistica locale.

Pietro Serrani

lunedì 6 febbraio 2012

Fabio Petrella "Cronache di un cittadino qualunque" Evoè Edizioni, 2011


Cronache di un cittadino qualunque


Evoè Edizioni, 2011


intervista di Carina Spurio


“Cronache di un cittadino qualunque” è la sua prima opera in cui descrive il Cittadino: un personaggio anonimo, ingenuo e sprovveduto, alle prese con alienanti riti quotidiani. ..

Proprio così. Un cittadino qualunque, appunto, che inquadrato come un automa (ma con sentimenti ovviamente umani) nel rigido sistema della società contemporanea la subisce senza via di fuga che non sia l’estremo atto (anche di protesta) del suicidio. Un personaggio senza tanti grilli per la testa, semplice e destinato a un tragico destino quotidiano, ma immortale. L’immortalità è l’unico barlume accecante di speranza per il Cittadino che, a ben vedere, è l’ultimo degli eroi, un moderno paladino di Carlo Magno che lotta contro i soprusi e alla fine, con grande dignità, inevitabilmente perisce. Ma rinasce sempre, come il sole dopo una notte di tempesta.


Com’è nata questa raccolta di 31 microstorie e qual è stata l’idea che ha dato il via al libro?

Dal nulla e, come per ogni cosa, quasi per caso. In origine il libro doveva essere una raccolta di articoli satirici sulla società moderna analizzata e giudicata dal mio punto di vista, ma poi una volta iniziata la stesura si è via via delineata la figura del buon Cittadino che, ispirata a più illustri personaggi di fantasia (penso a Fantozzi ma anche a Homer Simpson), riesce a imporsi nell’immaginario e nella realtà di tutti noi perché è facile identificarsi in lui, con tutti i suoi pregi, manie e difetti.


Ci può illustrare la copertina del libro?

Al centro della copertina, semplice ed essenziale, tratteggiata di nero su sfondo bianco, è raffigurata una carta da gioco, un tarocco per l’esattezza, che ha come soggetto il Cittadino in una posa interrogativa e perplessa, come se stesse domandando informazioni a qualche funzionario seccato dalle sue richieste. Un occhio attento si accorgerà che sopra la carta è stampato il numero romano LXXIX (79). Non è un dettaglio lasciato al caso. I tarocchi, infatti, secondo tradizione sono formati da 78 carte e quella del Cittadino si vuole aggiungere, quasi per dispetto (o forse anche di diritto), a una collezione già stravagante e misteriosa.


… il suo Cittadino anonimo, resiste stoicamente ad “un’aspra metà” e fugge dalle “arpie che lo guardano con malcelato compatimento”. La sua penna, pulita e affilata, descrive una figura femminile tradizionalista e tiranna …

Ma non solo la moglie, anche i figli ad esempio si comportano in egual modo. Tutta la società è tirannica con il Cittadino e la famiglia, essendone il nucleo principale, ne rispecchia le leggi e i comportamenti. La conflittualità con il gentil sesso è solo uno dei fronti su cui combatte il Cittadino, che da uomo sposato ama e odia la consorte. Non c’è una “discriminazione” premeditata contro le donne, anche se nei racconti sono spesso ostili al protagonista.


Nel suo libro, le dinamiche familiari si intrecciano a quelle sociali:“In ufficio parte la raccolta fondi, una questua che dovrebbe servire per aiutare i bambini poveri del terzo mondo. Il Cittadino, dopo le spese folli della moglie, rientra di diritto tra essi, ma non può dirlo, che figura farebbe?” da “Il sabato sera alla discoteca”. Sembra un po’ il timore del Cittadino medio della nostra Italia, non ancora nel terzo mondo ma in caduta libera …

Sì, in questo senso è molto attuale. Ma è anche un timore di apparire inadeguato allo stile di vita imposto da media e da modelli sbagliati. In questo mi ha “ispirato”, se così possiamo dire, l’ambiente che vivo ogni giorno: la nostra cara Teramo che dal provincialismo proprio non vuole (o non può?) uscire.


Il suo goffo Cittadino senza nome, ipotetico rappresentante di ogni città “contento come un bambino il giorno di Natale”, realizza il suo sogno nel cassetto: “andrà all’Isola dei Famosi” … scappatoia dell’uomo inetto che si rifugia nel miraggio della fama?

Esattamente. Il suo sogno è di essere protagonista del mondo magico oltre lo schermo, come se la notorietà fosse l’unica cura per la sua mediocre ma eroica quotidianità. Ma alla fine anche lui capirà che la fama è passeggera.


Quando ha capito che la scrittura avrebbe fatto parte della sua vita?

Difficile rispondere. Già al liceo sentivo il bisogno di comunicare qualcosa, ma probabilmente ancora non l’ho capito del tutto. E forse è meglio così.


Scrive di getto o asseconda delle pause?

Di getto, perché a lungo andare finisco per stufarmi. Più che altro dipendo da umori e sensazioni spesso fulminanti.


… su carta o al computer?

Uso il computer. Dita come penne per scrivere su fogli che non assorbono l’inchiostro.


Quali sono stati gli autori che l’hanno influenzata - ispirata?

Per il piglio umoristico di “Cronache di un cittadino qualunque” ho subito l’influenza degli scritti di Paolo Villaggio con il suo Fantozzi, e penso che la cosa sia abbastanza evidente. La cornice bizzarra dei racconti, invece, è dovuta alle storie fantastiche di cui sono ghiotto. Anche se probabilmente c’entra poco o nulla con questo libro, il mio autore preferito è Dino Buzzati.


Nella quarta di copertina si legge che oltre la scrittura è un appassionato di montagna, calcio e sport…

Amo la montagna per le sue guglie e i suoi spigoli inaccessibili, per la solitudine, i silenzi e il senso di tranquillità che mi trasmette. Inoltre, da parte di madre sono originario di Poggio Umbricchio, piccola frazione del comune di Crognaleto, mio personale rifugio e castello inviolabile. Peccato che la politica abbia abbandonato a se stessa la nostra montagna. Sono sempre più numerosi i paesi, custodi di tradizioni secolari, che si spopolano e finiscono per aleggiare lugubri sulle rupi come fantasmi di pietra. Sono molto legato al paese e alla sua gente (esiliata nelle città di tutta Italia) e per questo combatto affinché non venga del tutto dimenticato. A suffragio di ciò, e per unire le mie più forti passioni, con l’appoggio della Pro Loco e dei suoi inossidabili rappresentanti abbiamo dato vita all’ASD Poggio Umbricchio, squadra di calcio che gioca il ruolo di un vero e proprio miracolo sportivo e sociale. Grazie alla disponibilità del sindaco di Crognaleto Giuseppe D'Alonzo, e quando il tempo lo permette, giochiamo le gare casalinghe a Nerito, ma il nostro sogno è di ripristinare l’impianto sportivo del nostro paese, il primo che venne realizzato nel circondario e in disuso da troppi anni.


Le capita mai di litigare con se stesso?

Spesso, forse anche troppo. È un conflitto che mi porta ad essere molto severo con me stesso, e che non vede e non vedrà mai un momento di stallo definitivo, se non per temporanei e passeggeri momenti di mitezza.


Qual è il suo rapporto con Internet …

Direi morboso, ma forse suonerebbe eccessivo. Internet è un mezzo di cui non posso più a fare a meno. Vuoi per l’informazione, per la comunicazione e anche e soprattutto per lo svago.


La prima cosa che pensa quando si sveglia?

Che dovrei lavorare. Ma nell’Italia di oggi è un diritto che, senza fare dell’inutile retorica, non viene riconosciuto ai giovani. Ed è gravissimo.


Lei è timido o estroverso?

Timido per natura, ma non ho nessuna difficoltà a integrarmi o rapportarmi con le persone. Anzi, a dir la verità, spesso finiscono io per coinvolgere gli altri.


… nel prossimo futuro del Cittadino Fabio Petrella arriverà un prossimo libro?

Altro materiale e idee ci sono. Ora devo battere il ferro finché è caldo con “Cronache di un cittadino qualunque”, poi si vedrà. Non nego che mi piacerebbe.


Un ringraziamento …

Pratico e diretto: alla Evoé che ha creduto in me e a chi mi sostiene e mi dà coraggio.


Teramo. Qual è il suo rapporto con la città che l’ha vista nascere?

Un rapporto pacifico e senza pretese. Ma preferisco il mio Poggio.


Fabio Petrella è nato a Teramo, dove vive, nel 1987. Si è diplomato presso il Liceo Classico Melchiorre Delfico" e attualmente orbita nel mondo dell’informazione collaborando con la testata giornalistica locale L’altra Parola e con SpazioRock, periodico telematico di successo che si occupa di musica. E’ un appassionato di montagna e di calcio, sport che pratica a livello amatoriale.