Mi baci. L'aria vira leggera, improvvisa una danza sensuale e noi due: spirale di gesti, parole, respiri."
venerdì 30 gennaio 2009
Teramo. Oggi sono nata sola. Evoè edizioni 2009
Mariasara Cielo. Evoè Edizioni Teramo,2009.
di Carina Spurio
Le rivelazioni dell’autrice diventano scomode non appena il libro viene diffuso nella città di Teramo. Al centro del dramma vengono a trovarsi: un’adolescente, scottanti verità e molte polemiche.
“Non c’è reato. Se non il mio. Io sono la vittima e l’aguzzina di mia madre e di me stessa. Non so se la mia sia stata un’adolescenza rubata o un’adolescenza venduta. Ho ventidue anni e odio il mio corpo, passato di braccia in braccia in una città di cui conosco più le camere da letto che le strade. Da troppi anni mi lavo con le saponette rubate negli alberghi. Faccio quattro docce al giorno ma quell’odore non va via. Odore: nome maschile numero plurale.” Prologo tratto da Oggi sono nata sola di Mariasara Cielo. Evoè Edizioni.2009.
I libri autobiografici suscitano sempre molte critiche. Accadde a Lara Cardella nel 1989 anno in cui pubblica Volevo i pantaloni, Arnoldo Mondadori. Il suo racconto, scritto in maniera semplice sembra un colloquio tra amiche. Nel diario-denuncia, Annetta, la protagonista, racconta la sue giornate in famiglia, a scuola, con gli amici. La sua penna confida ai fogli di uno zio che vuole abusare di lei. Lara Cardella, di Licata, ebbe la sua buona dose di critiche. Anni dopo, nel 2003, una giovane scrittrice esordiente, narra le sue precoci esperienze sessuali in maniera fin troppo esplicita. Si chiama Melissa Panarello, è di Catania. Il suo romanzo dal titolo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, 2003, Fazi editore, nonostante le dure critiche, diviene in breve tempo un caso letterario e viene tradotto in molte lingue. Se per Lara Cardella il tema del suo romanzo era la repressione sessuale, per Melissa P. adolescente di giorno e Lolita di notte, l’autobiografico racconto, disegna un ritratto generazionale a dir poco inquietante in cui emergono scabrose verità.
E’ l’inizio dell’anno 2009. Questa volta siamo a Teramo. Regione del centro Italia che s’affaccia sul mare Adriatico. Al centro dell’attenzione, ancora un libro. L’ autrice del libro si chiama Mariasara Cielo, la quale, scrive nel suo diario un periodo della sua vita, dal 2000 al 2004. La sua storia viene pubblicata dalla Eovè edizioni di Teramo. Il libro narra una storia vera scritta sotto pseudonimo e s’intitola: Oggi sono nata sola.
Le rivelazioni dell’autrice diventano scomode non appena il libro viene diffuso nella città di Teramo. Al centro del dramma vengono a trovarsi: un’adolescente, scottanti verità e molte polemiche. La voce narrante di Oggi sono nata sola è quella di un’adolescente vissuta a Teramo, che ha scritto perché non riesce a dimenticare i fantasmi del suo passato. Per questo motivo affida i suoi segreti ad un diario, a cui confida le sue difficoltà di sedicenne che dopo il divorzio dei genitori si ammala di anoressia (una della malattie psichiatriche più gravi che coinvolgono la mente e il corpo fino a consumarli) e di bulimia. Entrambe le malattie presentano tratti comuni; angoscia, persecuzione e allontanamento dagli altri. La ragazza progressivamente si allontana dalla madre ed inizia ad usare il suo corpo anche per superare gli esami universitari. In questo caso, e per fortuna, la scrittura permette a Mariasara di svegliarsi, di tratteggiare la fatica del suo vivere quotidiano e i disagi che come muri invalicabili le hanno impedito di vivere serenamente la sua adolescenza. Dal libro di Mariasara si può dedurre che la scrittura sia stata un antitodo contro il dolore, la paura e il male dell’anima. Il suo diario le ha permesso di guardarsi dentro e di rinascere, non più, vittima di sé stessa ma libera di individuare le sillabe del suo silenzio interiore.
Dopo il 2004 Mariasara abbandona la città di Teramo. Il suo libro-diario si conclude con la seguente data: 20 agosto 2003.
Dopo il suo trasferimento a Roma scrive l’ultima pagina del suo diario.
Roma,18 settembre 2004
“Da quel giorno no ho più scritto, e mi sono trasferita. Sono andata via di casa com’era giusto che fosse. Ho seppellito Mariasara, ho cercato di farlo. Una nuova città non ti conosce, e ti dà la possibilità di ricominciare da capo. Ho lasciato l’università e ho lasciato mia madre.”
Poi, seguendo uno spiraglio di luce, prosegue:
“Ora mia madre inizierà un percorso, e guarirà dalle mie ferite. Devo perdonarla e devo perdonarmi, ma non è ora per me di tornare. Non ancora. Voglio guarire anch’io. Domattina andrò in ospedale: voglio curarmi, voglio farmi seguire da uno psicologo. Ho paura del cibo e non voglio più averne. Voglio vivere. Ho trovato lavoro come donna delle pulizie in una vecchia pensione dietro il Colosseo, e da lì, la sera, mi pare di vedere tutto il mondo. Mi lavo ancora con le saponette date in dotazione: all’albergo non sanno che sono io a prenderle. E’ perché non voglio dimenticare. Quando sarò in grado di lavarmi con un normale bagnoschiuma allora sarò guarita, e tornerò a casa.”
Il racconto autobiografico ha un grande potere. Trasmette dei messaggi che ci fanno scoprire altre storie, altre vite. Quello che c’è di veramente interessante in questo libro è l’epilogo, nel quale, Mariasara comunica che perdonerà sua madre e perdonerà se stessa. Nel trauma dell’aborto ha toccato il fondo, ha visto il suo inferno; visione che le ha permesso di sezionare il suo animo con tutte le sue fragilità, di trasferirsi a Roma per curarsi, guarire, colmare i vuoti, le assenze e di risolvere la sua storia da sola anche se nulla sarà come prima. La semplice elaborazione del testo descrive quanto i rapporti umani, seppur nelle loro varianti, possono essere devastanti e quanto i fantasmi interiori siano difficili da affrontare se i meccanismi che si innescano in determinati momenti, conducono l’essere verso un declino che nessuno può arginare. Tra le nostre mani resta un diario di un’adolescente che oggi è nata sola e una verità; complessa, nuda e cruda.
sabato 24 gennaio 2009
Carina Spurio di Simone Gambacorta
di Simone Gambacorta
Vive a Teramo e sinora ha pubblicato “Il sapore dell’estasi” (Kimerik, 2005), “Il sapore dell’estasi”, in riedizione aggiornata (Kimerik, 2006), “Lacca di garanza” (Il filo, 2007), “Tra Morfeo e vecchi miti” (Nicola Calabria Editore, 2008), “Narciso” (Evoè, 2009).
Quando hai iniziato a scrivere versi?
«Durante il periodo dell’adolescenza, tempo in cui annotavo pensieri e sensazioni sui fogli. Successivamente ho dimenticato i versi nel solito cassetto per anni. Dopo il 2005, anno del mio esordio, tra una melodia armonica e una scansione diversa, la Poesia resta nella mia vita a reclamare il suo posto. Nelle nuove composizioni poetiche abbandono lo stile originario poco incline alla regolarizzazione, e il diario appartenente all’adolescenza, fitto di appunti e di versi sospesi, verrà sostituito da un verso che si nutre della potenza delle immagini in cui il linguaggio poetico, costruito osservando le opere d’arte tocca il confine ambiguo delle parole, all’interno delle quali resta sempre un fragile equivoco».
Come si è sviluppato, nel tempo, questo legame con la scrittura?
«Dal flusso anarchico del logos che dentro me sembra un desiderio in grado di ragionare».
Cosa significa scrivere poesie?
«Catturare gli episodi della realtà attraverso vocabili accuratamente scelti e il gusto di cimentarmi in costruzioni inedite e originali partendo dalla parola; l’elemento complesso in cui convivono verità ed illusione».
Come nasce una tua poesia? Di getto? Poco alla volta?
«Di getto; tra l’estrema audacia e l’estremo pudore».
Vorrei descrivessi in che modo lavori nel tuo “laboratorio” creativo.
«L’atto di comporre versi è enigmatico, poco chiaro anche a chi li scrive. Raramente l’atto compiuto coesiste nella persona che spesso è incapace di spiegare da dove nasca la prima idea. Quando un verso mi appartiene, perché nasce da una mia esigenza emotiva, lo scrivo di getto come se le emozioni del mondo fossero impresse sulla mia pelle. Diversa è la creazione di un verso realizzato al cospetto di opere d’arte. In quest’ultimo contesto cerco la vibrazione delle cose, ma alla fine le immagini lasciano trasparire lo stesso i miei turbamenti. Lo confermano alcuni versi nella fase della rilettura, all’interno dei quali tutto diviene unico sentire, l’opera, le mie emozioni e le cose osservate sono protagonisti della stessa scena. Questo spiega bene come la poesia sa intuire, avvertire e cogliere la direzione giusta, svelando le potenzialità contenute nell’opera per deformarle e riformarle in un silenzio pieno di parole».
Quand’è che capisci che una poesia è “finita” e che può camminare da sola verso chi vorrà leggerla?
«Quando rileggendo la poesia, il suono del componimento è continuo e il punto è solo alla fine».
Quali sono i libri di poesia che sinora hai pubblicato?
«“Il sapore dell’estasi”, poi “Il sapore dell’estasi” in riedizione aggiornata, “Lacca di garanza”, “Tra Morfeo e vecchi miti”, “Narciso”».
Vorrei dessi una “tua” definizione di ciascuno di essi.
«“Il sapore dell’estasi”: l’errore da cui nasce una ragione. “Il sapore dell’estasi”, in riedizione aggiornata: l’allegra insolenza. “Lacca di garanza” : les jeux sont faits. “Tra Morfeo e vecchi miti”: io non so ben ridir com’i’ v’intrai. “Narciso”: ethos anthropoi daimon, cioè il carattere è il destino».
Da un punto di vista intimo, da un punto di vista interiore, quanta scommessa c’è in ogni verso?
«Nessuna, ovviamente. Di fronte alle insidie di un mondo centrato su logiche economiste, malato di tecnologia e ipercomunicazione virtuale, quanta scommessa potrebbe esserci in un fragile verso? La follia estatica del canto vive dentro a chi la sa percepire. E in un tempo finito tra l’assenza, la mancanza, la rinuncia, l’essere cerca ancora di decifrare il codice terrestre e di raggiungere l’altro con un filtro di parole, pensieri e viscere. La poesia per molti rappresenta un bisogno, raramente una scommessa».
Mi riferivo a una scommessa intima…ma dimmi, il verso è ustione o lenimento?
«Entrambe le cose. A volte la forza astratta, nel suo insistere sembra un urlo pronto ad esplodere. Nel momento del risveglio, alcuni versi raccontano il gioco della vita: rivelando le fenditure dell’anima più o meno profonde, fatali, ustionanti; è così che il verso lenisce il dolore, attraverso l’esorcismo delle parole».
Che tipo di “ascolto” è quello che precede la nascita d’una poesia?
«Mi capita di ascoltare i suoni del silenzio, di respirare l’aria e sentirla scendere giù, sempre più giù, fino a percepirne il punto più profondo. Tutto è più nitido quando le parole arrivano dal silenzio. Le senti suonare come note fuori dagli spazi. Note perverse come sibili assordanti. Può avere un fascino perdersi nelle singole parole. Scoprirsi in un verso. Avviare un gioco di ruolo cercando le ragioni dell’ essere fino all’attimo in cui il corpo e la parola, vibrano nella tensione tra ragione e istinto. In quei momenti, il tempo si ferma e nel luogo in cui l’esistenza ha inconsciamente altre intenzioni, le cose si osservano con altri occhi».
Nella tua quotidianità cosa rappresenta la poesia?
«Il nostro è un tempo che scorre veloce. Gli uomini e le donne vivono immersi nel sovraccarico di lavoro e nello stress. Resta poco tempo per leggere, per ascoltarsi, per sentire con il corpo, l’anima e lo spirito. Le immagini reali sono frenetiche e il quotidiano è in lotta con un male divorante; l’individualismo. Siamo spesso chiusi in una stanza, vittime consapevoli della tecnologia. Chi scrive poesia sa che è un altrove di resistenza; da essa sgorga la consapevolezza dei limiti umani che aderisce perfettamente alla nostra natura interiore. Ma in una realtà che non ha una vera corrispondenza con i nostri bisogni interiori non scrivo solo poesia ma milito poesia, affinchè quest’ultima venga diffusa. Da due anni curo un premio di poesia internazionale. Seleziono la giuria e mi occupo della stesura dell’antologia che raccoglie le poesie dei partecipanti al premio. Realizzo personalmente anche la copertina del testo che illustro con le opere d’arte di nuovi talenti scoperti durante le mie interazioni culturali».
Che tipo di dettato poetico cerchi? Lineare, terso, oppure articolato e complesso?
«La parola è un rischio da correre affinchè si compia l’incontro con noi stessi, per questo, la lascio libera nel tratto di un verso, perché il verso possa mantenere intatto il suo senso, nato dal desiderio selvaggio e impresso in uno spazio che non può e non deve essere addomesticato. Cerco, per quello che posso, di proteggere l’autenticità del dettato poetico che prediligo terso e lineare».
Quali sono i poeti con i quali ti sei formata?
«Tre poeti mi hanno appassionato in passato: Foscolo, per aver mantenuto nalla sua poetica la drammaticità della vita. Baudelaire, il più famoso e il più letto in tutto il mondo, perchè chiude definitivamente la pagina della poesia romantica e apre quella (ancora) vergine della poesia moderna e sperimenta l’amore nella sua forma carnale e passionale. Neruda, per aver posto la donna dentro un mito cosmico tra uno scenario grandioso e selvaggiamente naturale. E’ relativamente recente il mio interesse per Thomas Stearn Eliot, poeta, drammaturgo e critico letterario statunitense che appartiene al movimento dei modernisti. La poesia modernista è una poesia di immagini, non presenta sequenze ordinate di pensieri, né, uno sviluppo logico; vive di una serie di fotogrammi non collegati. L’ associazione tra il miei versi e il pensiero di Eliot in questi ultimi anni è stata ricorrente, ciò mi ha fatto capire che avevo raggiunto l’ altro e gli altri, dunque avrei potuto esistere, tra il fiume del tempo, tra l’acqua e la terra, in un sogno da trasformare ancora».
C’è più menzogna o più verità, in una poesia?
«La poesia è in grado di mettere l’autore in relazione alla profondità del suo essere, pertanto si è portati a pensare che essa esprima la verità. Di tale asserzione, non sono assolutamente convinta. La lirica, si sa, trae origine da intense percezioni soggettive, alle quali, unisce l’esigenza della libertà creatrice coerente alle sue ossessive patologie, nel luogo in cui, il pensiero, si condensa in un’altra forma e tocca i territori della finitudine e del nulla. Questo per dire che nell’altro lato del sé, luogo praticamente inesplorato, possono tranquillamente giocare suggestioni, fascinazioni e un “sentire” del tutto personali. Ma chi ama la poesia sa che è necessario viverla entrando e uscendo dal suo ritmo, rispettando il suo canto, seguendo il suo percorso. E il poeta, che vive il presente, sa di essere estraneo al suo tempo ma non sa, da dove nasce e muore il canto, né, se il suo viaggio avrà mai un termine.»
martedì 20 gennaio 2009
Teramo. Poesia e Spettacolo. Narciso.
Poesia e SpettacoloTeramo. 23 gennaio 2009. ore 21,00.
Sala del Mutilato. Piazza Dante.
Lettura scenica del testo “Narciso” Evoè Edizioni 2009 antologia poetica di Carina Spurio a cura della Compagnia Teatrale “Gli Sbandati” .
Narciso
Non si scrive per essere letti. Quasi mai. Si inizia a scrivere quando sul foglio bianco si vorrebbe fermare una parola che dentro alcuni di noi torna a cercare ragioni. Gli uomini e le donne sognano, certo, non allo stesso modo e nei luoghi riservati ai loro desideri ritrovano le immagini che vogliono vivere. Prossimamente, a Teramo, il suono delle pagine da sfogliare arriva in Teatro. In un caffè al centro della città, tra sogno e realtà è nata l’idea di realizzare un’ Antologia dal titolo Narciso (Evoè Edizioni, Teramo 2009) che raccoglie quattro libri di Poesia di Carina Spurio, con il commento di Dott. Ivan Pozzoni, direttore culturale della Liminamentis Editore casa editrice culturale nata in Brianza nel 2007 e la prefazione della scrittrice e regista teramana Asteria Casadio. In copertina Giampiero Pierini Ritratto: “Carina”, grafite su carta. Il libro sarà portato in scena dalla Compagnia Teatrale Gli Sbandati. La lettura scenica del testo avverrà nella “Sala del Mutilato” sita in Piazza Dante a Teramo, il 23 Gennaio 2009, ore 21,00.
http://www.evoe-casaeditrice.com/
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Nel 2007/2008 sono uscite sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi e Androgini, con Limina Mentis Editore, Lame da rasoi, con Joker; nel 2008 è stato inserito nell’Antologia Memorie del sogno, di A&B Editrice; nel 2008 ha curato il volume Grecità marginale e nascita della cultura occidentale. I Presocratici (Limina Mentis Editore). In un’azienda della G.D. è logistico; è direttore culturale della Liminamentis Editore.
Carina Spurio è nata a Teramo. Si è diplomata all’Istituto Magistrale Giannina Milli di Teramo. Ha scritto e pubblicato quattro raccolte poetiche: Il Sapore dell’estasi 2005 Edizioni Kimerik riproposto in edizione aggiornata nel 2006, Lacca di Garanza 2007 Ed. Il filo s.r.l Roma. Tra Morfeo e vecchi miti 2008 Ed. Nicola Calabria Editore. Le sue poesie sono state pubblicate in 25 Antologie Poetiche. Due sue Antologie Poetiche sono testo scolastico: Antologia “I Nuovi Poeti Italiani”. 2007, Vincenzo Grasso Editore e “Conoscere la Metrica” attraverso i Poeti Classici Contemporanei. 2008, Vincenzo Grasso Editore. Di recente redatto la premessa del testo poetico “Silenziosi frutti” di Stefania Pierini, edito dall’Accademia della Fonte Meravigliosa di Roma. Collabora con diversi mensili; Hermes Periodico Mensile Di Informazione e Cultura, Domus Periodico Di informazione Immobiliare, Buono e Bello tracciati di cultura, tradizione e società, Eidos Diario rosetano, Notizie Donna Editoriale della Provincia di Teramo, L’Unico quotidiano web di Roma, Il ReteGiornale .
Asteria Casadio è nata il 9 marzo 1986 a Teramo, ove risiede. Laureata in Lettere (indirizzo classico) con lode presso l'Università D'Annunzio di Chieti, è specializzata in Filologia e letterature del mondo antico presso la stessa Università. Ha partecipato a diversi concorsi letterari, risultando quinta classificata nel premio Prospektiva-Les Nouvelles (2002) e prima (2003) e terza (2004) al premio Sever d'oro dell'Accademia Severiade di Milano. Per la saggistica filosofica ha vinto il premio Vincenzo Filippone Thaulero (2003), con il saggio La società e la cultura occidentali tra crisi d'identità e il valore universale della Persona, di cui un sunto pubblicato in Prima Giornata di Studio Vincenzo Filippone-Thaulero: Sociologia Filosofia Poesia, Atti del Convegno, 20 maggio 203 - Roseto degli Abruzzi, a cura della Società Filosofica Italiana - Sezione di Teramo e del Centro Studi Vincenzo Filippone-Thaulero, Teramo 2004. Ha pubblicato nel 2006 il suo primo libro di narrativa, Passanti. È stata inserita nella terna finalista del 40° Premio Teramo - Sezione Mario Pomilio - con il racconto La porta pubblicato su I racconti XL Premio Teramo 2006-2007, Teramo, novembre 2007. E’ stata finalista al premio nazionale Albero Andronico 2007 e semifinalista al premio Penna d’utore 2007. Collabora con la rivista Pomezia Notizie, su cui pubblica racconti e saggi. È regista della compagnia "Gli Sbandati", che è in cartellone in diversi teatri italiani, dove porta in scena prevalentemente drammi dell'antichità classica E’ editor della Casa Editrice Evoé di Teramo.
In copertina: Giampiero Pierini. Il padre, pittore anche lui, lo inizia al gusto per l' arte, in particolare alla pittura naturalista e impressionista, portandolo con sé a frequentare gli ambienti artistici del momento. Nel 1981 consegue il Diploma di Maturità Artistica presso il V liceo Artistico di Roma. Frequenta il Corso di Pittura presso la Scuola di Arti Ornamentali "San Giacomo". Autodidatta nella tecnica dell' acquerello, assimila gli studi dei maestri J.M.W. Turner, Roesler Franz e degli "Acquerellisti della Campagna Romana". Ha fatto parte dell'Associazione Nazionale Acquerellisti d'Italia (A.N.A.D.I.). Fa parte di diversi gruppi artistici con cui espone periodicamente. Ha ricevuto premi in molte estemporanee di pittura ed esposto in personali e collettive anche all'estero ottenendo segnalazioni e premi.
Narciso
di Carina SpurioAnno: gennaio 2009Pagine:
80 pagine in brossuraPrezzo: €9,00
Descrizione: Torna con un’antologia curata direttamente dall’autrice, la poetessa che ha saputo emozionare il pubblico italiano e straniero (basti pensare al successo di Lacca di garanza – ed Il Filo – nelle librerie francesi). I suoi versi, di una musicalità unica, cantano il microcosmo delle percezioni e coinvolgono il lettore come solo la lingua dei veri poeti sa fare.Evocazione ed immedesimazione si fondono grazie alla forza emozionale di una voce che può considerarsi a buon diritto una delle più nuove delle letteratura.
giovedì 11 dicembre 2008
Manuela Cappucci

Giulianova Alta, Via Gramsci 46/a
Info Line 338/9727534
Venerdì 12 ORE 21,30
MANUELA CAPPUCCI
Mostra
A cura di PinoD’IGNAZIO
READING DI POESIE
A cura di SimoneCICCOLONE
Per Manuela Cappucci, classe 1971, l’arte é astrazione da ogni riferimento reale. Così potrei iniziare e chiudere la presentazione se in mezzo non ci fossero tanti elementi ad identificarne il percorso sia artistico che personale. Possiamo dire che il suo approccio all’arte riconduce a quella corrente post guerra (anni 50) definita "arte informale". Con il rifiuto di un atteggiamento costruttivo della forma rappresentativa l'essere e il fare dell'artista prendono il sopravvento sugli esiti materiali del suo lavoro e il prodotto artistico è sempre più una risultante che la meta del fare. Non è a caso che Manuela sia riconducibile a questa corrente: gli studi letterari con una tesi su Paul Klee e l' interesse per le filosofie orientali hanno spostato la sua attenzione sul processo creativo più che sul prodotto. Il colore (olii, acrilici, smalti) e la materia (sabbia ed altro) si integrano nel gesto di pennello e spatola che, agendo su superfici varie, li mischia e li dispone in un gioco compositivo astratto e definito. Questa apparente composizione, in alcuni tratti della sua ricerca, può ricondurre a scelte tipiche dell'astrattismo, tuttavia il suo stile non cerca mai veramente di compiere una ricerca strutturale ma anzi di liberarsene per dare libero sfogo all'atto che non cerca ma segna, che incide istintivamente. Ecco quindi che il quadro si chiude, in tutti i sensi: sia fisicamente che concettualmente, in una ricerca tesa a trascendere le strutture del conosciuto. Un’ultima osservazione su alcuni elementi formali delle opere che richiamano, per certi aspetti, quella tecnologia che ci ha introdotto a nuove forme e possibilità comunicative nell’ambito dell’arte contemporanea. Mentre una volta solo il segno aveva forza descrittiva, oggi i pixel dominano lo spazio deframmentando ogni minima composizione in altrettanti schemi costruttivi. Anche nei quadri di Manuela possiamo rintracciare questa sorta di scomposizione in frammenti che generano il tutto, un insieme di ri-quadri che coerentemente si intersecano per avallare il pensiero del gesto che segna. Le opere di Manuela esprimono strappi di pensiero sottratti alla mente senza ratio e lo spazio rappresentato si riformula in un immenso possibile, un profondo immenso metafisico.
Pino D'Ignazio
irash59@gmail.com 346 8492791
giovedì 4 dicembre 2008
Teramo. Asteria Casadio

PASSANTI - LIBRO D'ESORDIO DI ASTERIA CASADIO
Asteria Casadio
Una costellazione di racconti...
di Carina Spurio
(in foto Asteria Casadio)
Passanti è il titolo del libro che segna l’esordio di Asteria Casadio composto di sedici racconti condensati e leggeri. Hanno come protagonisti sedici passanti anonimi che camminano sulla strada. Si leggono tutti d’un fiato. Concentrano una scena e una vicenda mentre l’arte di narrare tutto in poche righe si trasforma in forza. Il tratto cruciale delle storie di Asteria Casadio è la brevità della narrazione e il lettore viene a sapere all’istante tutto ciò che c’è da sapere da chi sa immaginare e descrivere l’esistenza partendo dalle vicende delle persone comuni e nello spazio e nel tempo, scandisce le sequenze del tragico quotidiano immerso nei processi evolutivi. Su un foglio di vetro restano i malesseri di coloro che non hanno più la speranza e l’amaro sapore dell’assenza si perde e si ritrova in una testimonianza d’amore nell’ultima storia “senza eventi sconvolgenti o particolari, perché il suo protagonista è l’Evento stesso, che appare un giorno e cambia la vita di chi riesce a percepirlo: non è, infatti, possibile a tutti.”Asteria Casadio trova il suo centro nel dettaglio del vasto mondo in un tempo in cui la volontà di cancellazione della memoria del passato si espande, racconta per non dimenticare, racchiude la realtà dentro piccole bolle di sapone tra un gesto, un ricordo, un silenzio, una fuga e tanti modi di vivere la vita. Dopo la raccolta di racconti Passanti, Asteria Casadio torna con un nuovo libro: Assenze. Alfredo Guida Editore.Napoli.2008. “Scrissi alla Guida, senza sperarci troppo dopo essere stata inserita nella terna finalista della XL edizione del Premio Teramo – sezione Mario Pomilio - senza però ottenere l’ambito primo posto! Scrissi per delusione e per avere ancora qualcosa da attendere. Grazie alla Casa Editrice sono stata inserita nel progetto dell’Associazione Alfredo Guida Amici del libro ONLUS “Leggiamoci fuori scuola” che gode dell’alto patronato del Presidente della Repubblica cui hanno partecipato autori del calibro di Manfredi , De Silva e il popolare Moccia.” Segno che un percorso stabilito è come quello di un albero. Cresce. Ascende. Si protende verso il cielo. Asteria Casadio sceglie la strada che conduce l’uomo alla sua soggettiva verità. Ancora una volta descrive un divenire complicato che mette continuamente alla prova, lasciando il vuoto di parole non dette, dei gesti rimasti in sospeso mentre tutto da qualche parte può cambiare e forse, domani, qualcosa si potrà costruire. Forse. L’ambientazione realistica conduce a quella parte di noi in cui si trovano le ombre e gli spettri, che al di là del banale quotidiano, sembrano figure magiche. E nel realismo emozionale che il dettaglio illumina, le risposte sono spesso davanti agli occhi, semplici, chiare, chiuse in un determinato attimo, cristallizzate in un istante rivelatore all’interno di una costellazione di racconti: “Sedute al gran caffè, i loro pensieri sarebbero potuti diventare caldi e morbidi se solo Anna non avesse letto tanta tristezza negli occhi della sua interlocutrice. Sopra, il cielo si era rannuvolato come nelle migliori occasioni in cui aspetti aiuto da qualcuno che invece ti affonda. Dietro un caffè e una brioche, la maestra le raccontò la sua vita, il prepensionamento, il silenzio della casa e la routine delle faccende, l’allontanamento del figlio e la malattia che l’aveva presa per questo.” da Assenze. Alfredo Guida Editore.Napoli.2008.Ricordare, per quanto possa essere scomodo o doloroso, è essenziale, liberatorio, seppur nel dolore dell’assenza che queste storie denunciano nella loro diversità. E tuttavia i racconti intrisi di quotidiano, narrati con raffinata capacità introspettiva alla scoperta del viaggio interiore, scandiscono il mutamento del tempo attraverso la scrittura che in questo caso non è fine a se stessa ma è un mezzo per dare vita alla voce interiore. Asteria Casadio arriva là dove l’energia allo stato puro è viva, porta l’intuizione alla coscienza, la cattura, la trattiene sulla carta, in tempo per darle la parola. Lei stessa afferma: “Si scrive perché si legge, tanto. A casa si è sempre discusso di libri ma non credo che sarei diventata l’appassionata che sono ora se non avessi incontrato una persona che una mattina mi ha letto uno stralcio del Giulio Cesare di Shakespeare. Ho iniziato da lì per passare alle Biografie di Plutarco e solo più tardi alla narrativa: quello però che ho sempre cercato, e che cerco tuttora, nella lettura come nella scrittura, è il vero. Chi legge deve credere e se possibile identificarsi, e se è vero che tutte le cose belle sono inutili, i libri possono comunque far pensare, anzi devono. Questo è il mio impegno, cui ho cercato di adempiere con la mia prima raccolta di racconti (brevi perché purtroppo non amo le cose a lungo termine).”Asteria Casadio cerca il vero anche sulle scene che calca con la Compagnia teatrale “Gli Sbandati” di cui è regista. Lo cerca nei drammi dell’antichità classica riletti secondo i canoni del teatro verista. “Anche il percorso con la Compagnia, ora in scena in vari teatri italiani, è stato ed è lungo: odio infatti la faciloneria e l’improvvisazione, che non devono sporcare la creatività. A tale proposito ultimo progetto andato in porto (recentissimo, settembre) la fondazione, insieme ad un altro attore de Gli Sbandati, della Casa Editrice Evoè di cui sono editor e che non è stata creata per me, come si potrebbe pensare: ho un contratto di preclusione di otto anni con la Guida. La Evoè è stata creata per un’ulteriore possibilità di espressione in un periodo in cui l’ignoranza sembra essere più facile da gestire. La possibilità di creare, scegliere e discernere credo sia qualcosa per cui alzarsi felici ogni mattina.
domenica 16 novembre 2008
Roma. Stefania Pierini di Carina Spurio

di Carina Spurio
E’ stata presentata oggi a Roma la silloge di poesie "Silenziosi frutti "di Stefania Pierini presso l'antico "Caffè Della Pace" in Via Della Pace (vicino Piazza Navona). Ha introdotto e coordinato l’evento Ottaviano Di Peco, Presidente dell' "Accademia Della Fonte Meravigliosa" che ha commentato le tematiche presenti nelle poesie “assolutamente fuori dal coro come poche altre. La poetica di Stefania (come scrive Ottaviano Di Peco nella prefazione della raccolta poetica) è racchiusa nelle valve devi versi, quasi preziosità nella conchiglia, ed è piacevole la ricerca di certi significati che la difficoltà di trasferire dal pensiero al discorso, difficoltà che ben conosciamo se vogliamo fare poesia del nostro muto elucubrare, rendono enigmatici e sfuggevoli a chi non ponga attenzione allo scritto e , più ancora, a ciò che vi si cela. Nelle pagine dedicate alle considerazioni dell’autore Stefania si racconta così "I frutti di questo albero non sono silenziosi, così come usualmente si pensa al silenzio. I frutti di questa raccolta, anzi, vogliono gridare, spezzare, deflagrare. Sono frutti nati dalla gestazione silenziosa, quasi impercettibile, ma che si manifestano in tutta la loro forza e necessità espressiva, in un parto gravoso ma liberatorio. Sono figli di un tempo, per me, oscuro." Stefania, che nelle sue poesie difende colori e sentimenti propone un’ interpretazione trascendentale nella conclusione della sua opera poetica in cui si specchia la sua storia interna: "Spesso non so decifrare completamente le voci che sento e di cui scrivo quasi automaticamente e la poesia accede alla mia anima per vie a me stessa sconosciute, e si avvicina alla mia verità e per questo mi spaventa e mi commuove. "Nella presentazione della Silloge di Stefania Pierini, la poetessa teramana Carina Spurio, sottolinea la sensibilità dell’Io poetante che non si perde nei gorghi del tempo che fugge e divora ogni cosa ma si imprime nel verso nerissimo posto al centro delle pagine del libro, testimoniando il Tempo (in cui maturano silenziosi frutti) che assilla e preoccupa l’autrice più di quanto si possa immaginare e Tra gli spazi della memoria/ frutti rossi/ incolti/ punti negati/ immobili/ daranno vita a lunghi paragrafi/ trascritti di corsa in cui nascerà il senso che vivrà di vita propria nel groviglio di emozioni contenute nella scatola nera/ del tempo incolore/ che imbrattava l’anima/ con false lusinghe./
L’autrice, compie la sua metamorfosi nel verso, incontra i suoi demoni su labbra giovani umide di falsità innocenti, resiste alla tentazione, illumina lo spazio di un verso per rendere eterni quei silenziosi frutti/ non colti/ nella rincorsa./
Stefania, entra con passi silenziosi nella stanza del tempo, cammina tra le pieghe della sua anima, si trova nel regno della creazione che le restituisce le immagini riflesse di /ovvie verità/ e si lascia alle spalle il rimpianto, comprese le facce della realtà che non aveva mai visto prima. Nelle storie di carta si agita sempre un sospiro insieme al vortice delle umane passioni. Davanti alle nude verità il mondo tace ma continua a girare nella magia di un alito di vita, si nutre del sapore di un bacio mai dato, mentre gocce di cielo cadono nel vuoto nella luce del giorno in cui indietreggiano le ombre (dalla presentazione). I lettori dell'Accademia della Fonte Meravigliosa: Augusto Lofrich, Marcello Forti, Gabriella Montano e Marcella Gianfrilli hanno recitato le pooesie di Stefania Pierini.
In Copertina: “Sanguigno melograno”
Acquerello di Giampiero Pierini
(35x50) anno 2003
www.giampieropierini.com
mercoledì 5 novembre 2008
Frida Kahlo
Omaggio a Frida Kahlo, olio su tela di Anna Maria Magno. Quadro in permanenza presso la Galleria D'Arte "Il grifone", Lecce.
Frida Kahlo
di Carina Spurio
“L’amoroso abbraccio dell’universo”, 1949 di Frida Kahlo.
Nel dipinto l’abbraccio è triplice, concentrico. Frida stringe l’universo, con esso, la fertile Madre Terra e Diego Rivera, suo marito.
Frida Kahlo, sensibilissima pittrice dalla vita tormentata è abbracciata al suo grande amore, il famoso pittore di murales, Diego Rivera.
La sua vita fu un continuo contrasto tra fatalità e tenerezza, piaceri e rinunce a causa di un incidente in cui un’asta di metallo le trapassò la schiena fuoriuscendo dall’addome. Per un lungo periodo fu costretta a letto. Inizia a dipingere. Decide il suo destino nella pittura.
L’altra fatalità della sua vita sarà Diego Rivera incontrato nel 1938 quando Frida aveva 21 anni e lui 41. Frida, giovane artista va a trovare Diego, pittore affermato.
Al suo cospetto afferma spavaldamente di non essere andata da lui per divertirsi ma di avere qualche quadro da mostrargli perché voleva comprendere se avesse talento sufficiente per andare avanti.
La forte personalità di Frida travolge e affascina Diego che inizia un corteggiamento serrato fatto di costanti visite nella natia Coyoacàn, città in cui, un anno dopo, la coppia si sposa.
Inizia così la loro vita matrimoniale uniti empaticamente da una stessa intensità emozionale.
Entrambi passionali, ebbero duri scontri, distacchi gelidi e sofferti, scanditi da due matrimoni, un divorzio e varie relazioni parallele. Nella loro lunga storia ebbero occasione di viaggiare insieme, di conoscere nuova gente e nuove culture.Nel dipinto “Frida e Diego”, 1931, Frida raffigura se stessa, piccola, minuta, fragile, con uno sguardo pungente, accanto, il marito gigantesco.
Il loro era un matrimonio tra un elefante e una colomba, come disse una volta Frida.
Diego era alto più di un metro e ottanta e pesava 150 chili, lei, al suo confronto era alta meno di un metro e sessanta e nei suoi 49 chili somigliava ad una bambola di porcellana. Nel dipinto sembra evidente l’inconscia consapevolezza di Frida di non poterlo possedere, non solo per la sua mole ma anche a causa delle sue tante passioni fra le quali l’arte, le donne e il marxismo.
Nell’estate del 1931, Diego tradisce la moglie con la sorella Cristina. Divorziarono nel 1939 dopo una breve relazione di Frida con Lev Trockji, il russo dagli occhi blu, arrivato in Messico nel 1937 come esule. La relazione con Lev Trockji dura pochi mesi e il divorzio da Diego Rivera fu l’unico mezzo per salvare la loro amicizia. Il cammino della coppia si arresta. Frida dipinge un doppio autoritratto subito dopo il divorzio “Le due Fride” in cui oltre alla scissione delle due anime è presente anche quella dei due corpi. Malgrado il distacco Frida e Diego continuarono a vedersi. Nel 1940, dopo alcuni eventi dolorosi, Diego propone a Frida un secondo matrimonio, contemporaneamente alla malattia di lei. Si risposarono nel dicembre dello stesso anno. Dopo le seconde nozze la vita coniugale sembra scorrere più serena. Frida nel 1953, appoggiata da Lola Alvarez Bravo, allestisce la sua prima mostra personale in Messico nella “Galleria de arte contemporaneo”. La pittrice vi partecipa trasportata in barella. Frida è sempre più sofferente. Nei suoi schizzi intreccia elementi pagani a tradizioni cattoliche. Morirà il 13 luglio del 1954. La grande tristezza di Diego fu dipinta da lui stesso nel “Ritratto di bambino” in cui era raffigurato un bimbo dall’aria indifesa, celata dietro lo sguardo dolce e affettuoso. Diego rivedrà le “due ali nere” ( le sopracciglia di Frida) tre anni dopo. “Le mie sopracciglia sono i neri corvi del malaugurio che volano sopra il campo di grano di Van Gogh” così affermò Frida nel momento in cui creò la propria immagine ideale; un volto con le sopracciglia foltissime e unite, il labbro superiore scurito da una fitta peluria naturale e i capelli intrecciati verso l’alto, con nastri dai colori brillanti, fiocchi, mollette, pettini o fiori di buganvillea, lo sguardo severo, l’espressione pensosa di un’ancestrale dea terrestre.
La malattia spinse Frida verso l’arte, come se fosse preda di un magico incantesimo che ipotizzava “la chiamata del destino”.
In alcuni percorsi umani la creatività si oppone all’ordine creando uno stato mentale fuori della norma quando un fattore esterno, chiamato fatalità, non può essere accettato e confinato entro i limiti della ragione. La vita è un susseguirsi di eventi separati che si sfiorano ai margini e un lieve sussulto, potrebbe mutarne o deviarne il corso come nel caso di Frida in cui, un evento tragico, diventa percorso. Il caso genera il caso e quest’ultimo, sembra, per strane coincidenze, assumere le sembianze del destino.
Hermes Periodico Mensile di Informazione e Cultura